C’è un momento preciso in cui la perdita smette di essere un lutto statico e si trasforma in spinta propulsiva. Per Giancarlo, il protagonista di Nella Terra del Signore (The Wall Edizioni), quel momento coincide con il collasso totale: non gli restano più i soldi, la casa né il matrimonio. Resta soltanto il vuoto, finché tra le crepe del presente non riaffiora una traccia d’inchiostro: le lettere di Marianeve, il legame epistolare interrotto bruscamente trentacinque anni prima.
È da questa scintilla che muove l’esordio narrativo di Danilo Di Prinzio, autore abruzzese classe 1972 con una formazione filosofica e un percorso personale segnato dal lavoro materiale nell’edilizia. Una doppia anima, speculativa e concreta, che si riflette nella struttura del libro, lontano dalle derive consolatorie di certa narrativa sulla rinascita.
La dorsale appenninica come geografia interiore
Giancarlo non sceglie una fuga comoda, ma un attraversamento a piedi, solitario, con il peso essenziale di uno zaino. Il tragitto taglia la spina dorsale dell’Appennino per scendere fino alle terre di Puglia. Il paesaggio non fa da semplice sfondo da cartolina, ma si impone con la durezza di rocce, sentieri boschivi e silenzi densi.
A scandire il passo del viandante subentrano la fatica fisica, improvvisi accessi di febbre e incontri fugaci che alterano la percezione. Il cammino geografico slitta progressivamente in una dimensione quasi allucinatoria, dove la frontiera tra cronaca materiale e tensione metafisica si fa via via più porosa. Inseguire una figura svanita nel nulla si rivela presto il pretesto per guardare dentro il proprio fallimento e fare i conti con i nodi irrisolti dell’identità.
Il peso del rimpianto e la lingua della disillusione
La scrittura di Di Prinzio evita gli eccessi retorici, preferendo un passo calibrato che alterna la crudezza delle privazioni terrene a passaggi lirici e visionari. La riflessione sull’amore non scade nel sentimentalismo nostalgico: il sentimento sopravvissuto al tempo assume piuttosto i contorni di una prova etica, una ricerca di senso e perdono prima ancora che un ricongiungimento fisico.
Nella Terra del Signore si propone così come un romanzo sul coraggio di spogliarsi di tutto per provare a ridefinire se stessi. Giancarlo cammina verso sud perché non ha più nulla dietro cui nascondersi, dimostrando che l’unica risalita possibile comincia spesso proprio dall’accettazione delle proprie macerie.
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