Re Artù non sarebbe morto a Camlann, né sarebbe stato condotto verso la nebbiosa Avalon che per secoli la letteratura, il cinema e l’immaginario popolare hanno trasformato nell’ultimo rifugio del sovrano della Tavola Rotonda. Secondo una delle più sorprendenti deviazioni medievali della leggenda arturiana, il viaggio del re ferito avrebbe avuto una destinazione molto più lontana dalla Britannia e decisamente più spettacolare: la Sicilia, e precisamente le viscere dell’Etna, dove Artù continuerebbe a vivere in un regno sotterraneo nascosto agli uomini, sospeso tra sonno, guarigione e attesa.
Non si tratta di una rilettura romantica nata molti secoli dopo, né di una leggenda inventata recentemente per aggiungere un altro mistero al vulcano siciliano. Una delle testimonianze fondamentali compare negli Otia Imperialia di Gervasio di Tilbury, intellettuale e giurista inglese vissuto tra XII e XIII secolo, passato anche dalla corte siciliana di Guglielmo II e autore di una gigantesca raccolta di storia, geografia, prodigi, creature fantastiche e racconti che circolavano nell’Europa del suo tempo. È proprio lui a registrare una tradizione secondo la quale gli abitanti della Sicilia ritenevano che Artù dimorasse nell’Etna.
Ed è qui che la storia diventa quasi cinematografica.
Il cavallo scomparso e la porta verso il regno di ArtùUn palafreniere al servizio del vescovo di Catania perde il cavallo che gli era stato affidato e, nel tentativo disperato di recuperarlo, si spinge sulle pendici dell’Etna, fino a raggiungere un’apertura nella montagna. Quello che inizialmente sembra soltanto un passaggio nella roccia si trasforma progressivamente in una soglia tra il mondo reale e un altro spazio, perché il servitore percorre uno stretto sentiero e si ritrova improvvisamente davanti a una pianura vastissima, bellissima e ricca di ogni genere di delizia, un luogo che non dovrebbe poter esistere nel cuore di un vulcano.
Al centro di quella terra impossibile sorge un palazzo costruito con arte meravigliosa, ed è all’interno dell’edificio che il palafreniere incontra l’uomo che nessuno avrebbe potuto aspettarsi di trovare in Sicilia: Re Artù, disteso su un letto regale e ancora segnato dalle ferite ricevute nella sua ultima battaglia. Il sovrano ascolta la storia del cavallo scomparso, ordina che l’animale venga restituito e racconta al visitatore di trovarsi lì da moltissimo tempo perché le ferite riportate nello scontro con Mordred tornano periodicamente ad aprirsi.
Non è quindi un Artù morto quello custodito dall’Etna, ma un re sospeso, sottratto alla fine definitiva della propria storia, esattamente come accade in molte versioni della tradizione britannica secondo cui il sovrano non sarebbe realmente scomparso ma attenderebbe il momento in cui il suo popolo avrà nuovamente bisogno di lui.
Solo che Avalon, questa volta, è diventata un vulcano siciliano.
Come Avalon finì a tremila chilometri dalla BritanniaNella tradizione letteraria più conosciuta, soprattutto a partire da Goffredo di Monmouth, Artù ferito viene condotto verso una misteriosa isola oltremondana dove Morgana possiede poteri di guarigione. È uno spazio separato dal mondo ordinario, una terra nella quale le regole del tempo e della morte sembrano smettere di funzionare e dalla quale, almeno teoricamente, il sovrano potrebbe un giorno fare ritorno.
Il passaggio da un’isola del mondo celtico all’Etna può sembrare enorme, ma nel XII secolo la distanza culturale era molto più piccola di quanto suggerisca una carta geografica. L’Europa normanna costruiva infatti una rete che collegava la Francia settentrionale, l’Inghilterra conquistata nel 1066 e il Mezzogiorno italiano, dove gli Altavilla avevano creato uno dei regni più potenti, cosmopoliti e culturalmente sofisticati del Mediterraneo.
Ed è probabilmente lungo queste rotte che viaggiarono anche le storie.
Treccani sottolinea come i miti della materia bretone fossero conosciuti in Italia già prima del pieno successo dei grandi romanzi cavallereschi francesi e indica proprio nei continui rapporti tra i Normanni di Normandia, quelli d’Inghilterra e quelli stabiliti in Sicilia una delle vie attraverso le quali quei racconti potrebbero essere arrivati nel Mediterraneo. In ambiente siciliano, inoltre, la collocazione del regno di Morgana sull’Etna risulta attestata almeno dalla fine del XII secolo.
Il mito non viene però semplicemente trasportato da nord a sud come un oggetto rimasto identico durante il viaggio: cambia forma per adattarsi al nuovo paesaggio.
Una misteriosa isola occidentale avvolta dalla nebbia poteva funzionare perfettamente nell’immaginario britannico; in Sicilia esisteva qualcosa di ancora più potente, un’immensa montagna che respirava, tremava, produceva fuoco, apriva grotte e voragini e sembrava offrire fisicamente un accesso alle profondità della terra. L’Etna possedeva già una stratificazione mitologica impressionante, dalle tradizioni classiche legate a Efesto ed Empedocle alle interpretazioni cristiane che durante il Medioevo avevano trasformato i suoi crateri in possibili porte dell’Inferno o luoghi di espiazione delle anime. Inserire Artù in quel paesaggio significava consegnargli un Avalon mediterraneo già naturalmente predisposto al soprannaturale.
Il mito che viaggiava insieme ai NormanniC’è poi una dimensione politica che rende questa storia ancora più interessante, perché nel Medioevo Artù non era soltanto il protagonista di racconti fantastici: era anche un simbolo dinastico estremamente potente, conteso, reinterpretato e utilizzato per costruire genealogie, profezie e idee di regalità.
Per i Normanni, che nell’arco di poche generazioni avevano creato domini dalla Manica al Mediterraneo, appropriarsi delle grandi genealogie e dei grandi miti occidentali significava anche collocare il proprio potere dentro una storia più antica e prestigiosa. Gli studiosi hanno mostrato quanto la memoria genealogica, l’uso delle tradizioni precedenti e la capacità di assorbire culture diverse fossero importanti nella costruzione dell’autorità normanna nel Mezzogiorno; nel caso specifico della materia arturiana è prudente non sostenere che la leggenda dell’Etna sia stata inventata deliberatamente dagli Altavilla come propaganda, perché le fonti non consentono una conclusione così netta, ma il terreno politico e culturale nel quale essa prosperò era certamente quello di una società che utilizzava miti, simboli e contaminazioni per definire il proprio posto nel mondo.
E Gervasio di Tilbury rende il quadro ancora più intrigante. L’autore inglese aveva frequentato la corte di Guglielmo II di Sicilia, ma gli Otia Imperialia furono dedicati successivamente all’imperatore Ottone IV di Brunswick, nipote di Enrico II d’Inghilterra e protagonista di una durissima competizione per il controllo politico dell’Italia e della Sicilia. Alcuni studiosi hanno quindi letto l’Artù siciliano anche alla luce di questo ambiente politico, osservando come un sovrano britannico immortale trasformato nel signore nascosto dell’isola potesse avere significati ben più complessi di una semplice favola raccontata attorno al fuoco.
E la Fata Morgana arrivò sullo StrettoC’è infine un dettaglio che sembra chiudere perfettamente il cerchio tra Britannia e Sicilia: Morgana non è mai davvero scomparsa dal paesaggio dell’isola.
Il suo nome è rimasto legato a uno dei fenomeni ottici più celebri dello Stretto di Messina, quella “Fata Morgana” che in particolari condizioni atmosferiche deforma l’orizzonte facendo apparire coste, edifici e imbarcazioni sospesi, moltiplicati o trasformati in costruzioni fantastiche. La tradizione popolare interpretò quelle immagini come torri, castelli e palazzi creati dalla maga arturiana, fino ad attribuirle una favolosa dimora di cristallo nascosta tra le acque dello Stretto.
Ed è proprio qui che bisogna distinguere la leggenda medievale dalla sua stratificazione successiva: il palazzo nel quale Gervasio colloca Artù dentro l’Etna è descritto come meravigliosamente costruito, ma non come un palazzo di cristallo. Il cristallo appartiene soprattutto all’immaginario siciliano sviluppatosi attorno alla Fata Morgana e ai miraggi dello Stretto, anche se nel corso dei secoli le due tradizioni hanno finito inevitabilmente per sfiorarsi e confondersi.
Il risultato è forse ancora più affascinante della versione semplificata del mito: da una parte Artù dorme nel cuore infuocato dell’Etna, dall’altra Morgana costruisce castelli impossibili sull’acqua, mentre tra Catania e Messina sopravvivono frammenti di un ciclo leggendario nato migliaia di chilometri più a nord.
L’Avalon italiana nascosta sotto l’EtnaLa leggenda non rimase confinata a Gervasio. Testi medievali successivi continuarono infatti ad associare Artù alla Sicilia: Cesario di Heisterbach riprese una storia simile poco tempo dopo, mentre opere come Floriant et Florete arrivarono a trasformare più esplicitamente la Sicilia e il Mongibello in uno spazio arturiano, quasi una seconda Avalon mediterranea. Gli studi contemporanei parlano infatti di una vera piccola tradizione medievale nella quale l’isola reale diventa contemporaneamente un otherworld, un territorio ultraterreno inserito nella geografia concreta del Mediterraneo.
Forse è proprio questo il dettaglio più straordinario della storia. Il Medioevo non aveva bisogno di scegliere tra realtà e leggenda con la rigidità moderna: una montagna poteva essere contemporaneamente un vulcano, la fucina di creature antiche, l’ingresso dell’Inferno e la dimora di un re britannico immortale, mentre un fenomeno atmosferico sullo Stretto poteva diventare la prova che una fata costruiva castelli sopra il mare.
Così uno dei miti fondativi dell’Europa settentrionale attraversò il continente insieme a cavalieri, mercanti, ecclesiastici e cortigiani, raggiunse una Sicilia governata da una dinastia normanna e incontrò uno dei paesaggi più potenti del Mediterraneo. Avalon smise di essere soltanto un’isola perduta nella nebbia e diventò l’Etna: una montagna di fuoco dentro la quale Re Artù, almeno secondo gli uomini del Medioevo, poteva ancora essere vivo.