Quando China Moses salirà sul palco del Teatro della Triennale di Milano, sua madre Dee Dee Bridgewater avrà già iniziato il suo primo set al Blue Note. Mercoledì 4 novembre, 2026 JAZZMI le riunisce nella stessa città, su due palchi diversi. L’appuntamento con China è alle 21.

Nata a Los Angeles nel 1978 e cresciuta a Parigi, la cantante e compositrice ha mosso i primi passi nell’R&B francese. Sul suo disco d’esordio si sentiva anche la voce del rapper Guru. Dodici anni dopo, con This One’s for Dinah, China avrebbe dedicato un intero album a Dinah Washington. Per arrivare al jazz che aveva respirato in casa, aveva preso la strada dell’hip hop parigino.

Perché il tuo album “It’s Complicated…” non è disponibile sulle piattaforme di streaming?

Volevo promuovere l’ascolto consapevole. Come conduttrice radiofonica con due programmi, uno in Francia e uno nel Regno Unito, ho notato che sulle piattaforme di streaming le persone non ascoltano davvero gli album per intero. Ascoltano solo le canzoni. Volevo ricordare a me stessa, e a tutti gli altri, che va bene sedersi e ascoltare con attenzione, senza un altro schermo. Tutto è iniziato con un “no”. Dieci etichette mi hanno rifiutato, l’ultima delle quali era gestita da una persona con cui desideravo davvero lavorare. Quando mi hanno detto che non avevano le risorse necessarie, ho capito che dovevo farlo da sola, e che andava bene così. È il mio settimo album e il quarto che ho prodotto da sola, ma il primo senza alcun aiuto. Non volevo che il lavoro di tutte le persone che lo hanno realizzato insieme a me andasse sprecato.
E sì, è stata una scelta. Volevo che fosse il rapporto tra l’artista e il pubblico a contare, senza alcun algoritmo di mezzo.

C’è qualcosa di complicato in tutto questo…

È il mio settimo album, e il primo in otto anni, dopo Nightintales. È iniziato nel 2017. Avevo lasciato Parigi dopo un divorzio e mi sono ritrovata a Londra in una piovosa serata autunnale, sola in un grande appartamento vuoto. Per scacciare l’oscurità, ho iniziato a scrivere. Volevo trovare un modo per esprimere il suono che avevo in testa da anni, ed è stato a Londra che ho trovato le persone giuste.

Il peso del DNA: essere la figlia di Dee Dee Bridgewater

Non è un peso. È un onore, un’eredità che sto facendo del mio meglio per portare avanti e custodire. È un motivo di orgoglio. Sono una musicista di terza generazione e un’artista di quarta generazione, sia da parte di mia madre che di mio padre, Gilbert Moses, regista teatrale e cinematografico e cofondatore del Free Southern Theater, una compagnia teatrale afroamericana nel Sud segregato. Il mondo in cui sono cresciuta era pieno d’arte. Arte con uno scopo. Arte come via verso la libertà. Arte come mezzo per esprimersi, per documentare e testimoniare il cambiamento sociale. Quindi la musica che faccio è la musica della mia cultura, del mio retaggio afroamericano, che si tratti di jazz, blues, soul, funk o rock. Fa tutto parte del mio DNA, e sto facendo del mio meglio per imparare il più possibile al riguardo e per onorare il lavoro di chi mi ha preceduto.

Il tuo rapporto con l’Italia e MIlano

Ultimamente mi sono esibita spesso in Italia. Ho suonato al Teatro Asioli di Correggio, al Blue Note di Milano, all’Atina e al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Sono appena tornata da Palermo e Catania, la mia primissima volta in Sicilia. Mi sono anche esibita in televisione nazionale con Raphael Gualazzi e ho collaborato con la band Gabin.
So che ci sono molti festival in Italia che non ho ancora visitato, quindi è un onore far parte del ricco programma di JAZZMI. La sala in cui ci ospiteranno è bellissima.

L’ultimo singolo: “Another Night (It’s Just)”
“Another Night (It’s Just)” è nata da un momento di solitudine che ti assale dopo i concerti. Un attimo prima sei circondata e applaudita, quello dopo sei sola. È l’altra faccia delle luci del palcoscenico. Mi provocava attacchi di panico. È stato un momento intenso, e l’ho scritta alla chitarra. Poi, durante i lockdown della pandemia, ho pensato che tutti noi abbiamo provato una solitudine estrema, e che sia importante affrontarla, accettarla, trasformarla. La solitudine non è tristezza. È un momento da assaporare. Il momento. Per fermarsi.

Qual è la tua idea di jazz?
Il jazz è una cultura e un patrimonio, parte della cultura afroamericana, ed è la musica della libertà e della liberazione. Includo l’hip-hop, il rock and roll, il soul, il funk e la disco nella stessa famiglia. Non vedo alcuna differenza in termini di forza tra Alice Coltrane e i Wu-Tang Clan, e suddividerlo in sottogeneri più piccoli è un errore. Indebolisce la vera grandezza della cultura afroamericana.