La condanna a morte di una lavatrice bloccata o di uno smartphone con lo schermo in frantumi è sempre stata scritta nei preventivi dell’assistenza: rimetterli in sesto costava quasi quanto comprarli nuovi. Dal 22 ottobre quell’automatismo dell’usa-e-getta viene messo fuori legge. L’Italia recepisce la svolta europea sul diritto alla riparazione, imponendo ai marchi dell’elettronica e degli elettrodomestici un vincolo inedito: garantire l’assistenza sui prodotti anche dopo la scadenza della garanzia legale dei due anni, purché acquistati a partire dal 31 luglio 2026.

L’obiettivo è arginare la morsa dell’obsolescenza programmata, obbligando le case produttrici a intervenire con tempistiche certe e senza speculazioni. Il cambio di passo tocca anche chi si trova ancora nei termini della copertura ordinaria: il cliente che sceglie di far riparare l’apparecchio difettoso anziché pretenderne la sostituzione con uno nuovo riceverà in premio un prolungamento della garanzia di almeno dodici mesi.

La lista dei dispositivi coinvolti copre undici settori chiave della vita quotidiana: telefoni cellulari, tablet e cordless; lavatrici e lavasciuga; lavastoviglie; frigoriferi e congelatori; televisori e schermi; asciugatrici; aspirapolvere; server; saldatrici; stufe o sistemi di riscaldamento domestico; mezzi di trasporto leggero a batteria come monopattini ed e-bike. Un perimetro destinato ad allargarsi progressivamente man mano che le regole comunitarie di ecodesign imporranno requisiti di smontabilità a nuove categorie merceologiche.

Il rebus del prezzo congruo e l’arbitrio dei listini

L’efficacia reale della misura si misurerà però sui portafogli delle famiglie. La legge stabilisce che gli interventi debbano avvenire a «costi ragionevoli», una formula di buon senso che lascia tuttavia spazio a zone d’ombra. Se un marchio continua a prezzare una scheda madre fuori garanzia a una cifra pari a metà del valore del modello nuovo, il diritto rischia di restare puramente teorico e la rottamazione forzata continuerà a vincere per inerzia.

Per disinnescare la tentazione di gonfiare i preventivi, arriverà un modulo informativo standardizzato a livello europeo, pensato per rendere le tariffe chiare e comparabili prima di dare il via libera ai lavori. Dal 2027 si affiancherà una piattaforma online condivisa, creata per orientare i consumatori e facilitare il contatto diretto con le officine, spezzando la dipendenza dai canali ufficiali.

Lo stop ai monopoli tecnici e la spinta ai laboratori terzi

La novità più rilevante riguarda proprio i riparatori indipendenti e i piccoli laboratori di quartiere. Il provvedimento smantella i blocchi software attraverso cui molti costruttori impedivano l’uso di pezzi di ricambio compatibili o ricondizionati, vietando i trucchi digitali che rendevano i dispositivi inservibili se manomessi al di fuori delle reti di marca. I produttori dovranno inoltre garantire l’accesso pubblico a schemi circuitali, manuali tecnici e diagnostiche ufficiali.

Liberalizzare la riparazione significa abbattere i prezzi medi degli interventi e tutelare l’economia delle botteghe locali. Per l’industria tecnologica, abituata a generare utili sulla vendita continua dell’ultimo modello, la transizione impone un ripensamento totale della progettazione: oggetti non più saldati o incollati, ma modulari e apribili. Sarà il costo effettivo dei ricambi, nei prossimi mesi, a dimostrare se il diritto di far durare le cose diventerà una consuetudine accessibile o l’ennesima dichiarazione d’intenti.