Questa volta la partita che il neo presidente della Figc, Giovanni Malagò, si trova ad affrontare è di quelle in cui il pareggio non è previsto. Il suo futuro è nelle mani del Coni che per lunghi anni è stata la sua casa ma oggi non gli è particolarmente favorevole: resta o deve lasciare? Una vicenda che prende le mosse dalla lunga stagione di veleni che ha accompagnato la sua salita a ruolo di numero uno della Federcalcio dopo lo tsunami della mancata qualificazione al Mondiale e che, carte e regolamenti alla mano, rischia di riprecipitare il calcio italiano nel caos.
La Procura generale dello stesso Coni, per firma del suo capo Sergio Taucer, ha infatti deciso di non accettare la proposta di archiviazione del ricorso presentato contro Malagò dall’avvocato ed ex calciatore Renato Miele, candidato bocciato per assenza di requisiti. Il nodo della questione è la mancata iscrizione di Malagò alla Figc: non è un tesserato e non lo era al momento della sua candidatura. Dunque, secondo il ricorrente, non poteva correre per il ruolo di presidente.
Un ricorso non ammissibile secondo il procuratore capo della Figc, Giuseppe Chinè. Il motivo? E’ vero e incontestabile la mancata affiliazione di Malagò alla federazione ma questa, secondo le norme e lo statuto, non rappresenta una conditio sine qua non ma, cavillando sulla scrittura della norma, semplicemente una prescrizione (essere in regola con tutti gli adempimenti) applicabile a chi ne fosse in possesso.
Da qui la proposta di archiviazione che avrebbe chiuso tutto e che la Procura generale del Coni ha respinto chiedendo approfondimenti. La questione finirà in Giunta e sarà nelle mani del presidente Luciano Buonfiglio con conseguenze potenzialmente esplosive per il calcio italiano. Perché se deferire o no Malagò rimane prerogativa della Procura Figc, ma il Coni potrebbe trovare nella condizione di presunta mancata eleggibilità del presidente della Federcalcio la leva per commissariare la Figc che è quello che per mesi in primavera è stato chiesto dalla politica a Buonfiglio senza che ce ne fosse la possibiltà.
Se Malagò dovesse essere dichiarato decaduto e la Figc commissariata, però, le conseguenze sarebbero anche pratiche a partire da quella che più interessa milioni di tifosi. Lo Statuto prevede, infatti, la nullità di tutti gli atti firmati da un presidente che non poteva essere eletto e tra questi c’è la nomina di Roberto Mancini commissario tecnico della nazionale con contratto fino al 2030 e la chiamata di Claudio Ranieri a direttore tecnico e presidente del Club Italia. Oltre alle scelte ulteriori sullo staff che già sta lavorando da oltre un mese a Coverciano.
Un pasticcio non da poco che getta ombre sulla ripartenza dopo lo choc del terzo Mondiale consecutivo guardato in televisione. A fine settembre Mancini è chiamato ad aprire il nuovo ciclo con quattro match durissimi di Nations League che conviene non sottovalutare pere l’impatto che potranno avere sul ranking Fifa, oltre che sul morale depresso del mondo azzurro. Il ct sta vagliando anche le chiamate dei giovani con doppio passaporto che si stanno mettendo in luce in Serie A e all’estero, così da non farsi sfuggire potenziali talenti azzurrabili. Se Malagò cade, tutto si azzera.
Sullo sfondo i mal di pancia non nascosti della Serie A per le prime settimane di lavoro dell’uomo candidato dagli stessi presidente dei club quasi all’unanimità. Dalla gestione della scelta del ct, alla chiamata di Diana Bianchedi come capo delegazione della nazionale fino al ritiro della fiducia a Infantino in vista del voto di marzo 2027, in Lega tanti pensano che Malagò abbia dimenticato la collegialità promessa. Trovarlo indebolito adesso potrebbe aprire a sua volta un nuovo fronte.