Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, Garlasco è arrivata davanti a un paradosso giudiziario che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato quasi impossibile: esiste un uomo condannato in via definitiva per quel delitto, Alberto Stasi, e contemporaneamente esiste un altro uomo, Andrea Sempio, sul quale la Procura di Pavia ha costruito una nuova ipotesi accusatoria per lo stesso omicidio.
È dentro questa contraddizione, soltanto apparente sul piano strettamente processuale ma enorme su quello sostanziale, che si giocherà il prossimo mese.
La data da segnare è il 28 settembre 2026, quando scadrà il termine delle ulteriori indagini disposte dalla Procura di Pavia dopo la chiusura formalmente notificata il 7 maggio e dopo il deposito delle consulenze della difesa di Sempio. È stato lo stesso procuratore Fabio Napoleone, alla fine di maggio, a disporre nuovi accertamenti proprio per verificare le obiezioni tecniche presentate dai legali dell’indagato.
Non si parte quindi da zero. E soprattutto non si tratta più soltanto di stabilire se esista qualche elemento sospetto nei confronti di Sempio. Secondo una ricostruzione rilanciata nelle ultime ore, gli elementi che comporrebbero il mosaico investigativo sarebbero ventuno.
Non ventuno prove definitive, ed è una distinzione essenziale. Ma ventuno tasselli che, nella lettura dell’accusa, dovrebbero essere considerati insieme e non separatamente. Andrea Sempio resta naturalmente presunto innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.
I 21 indizi: dal DNA all’impronta 33Al centro rimane innanzitutto il materiale genetico recuperato sotto le unghie di Chiara Poggi, ricondotto alla linea genetica paterna della famiglia Sempio. È uno degli elementi che hanno contribuito alla riapertura del fascicolo e anche uno dei terreni sui quali lo scontro scientifico è più duro: la difesa sostiene infatti che quella traccia possa essere frutto di contaminazione e ne contesta la capacità di dimostrare la presenza di Andrea Sempio durante l’aggressione.
Poi c’è la celebre impronta 33, trovata sul muro nella zona delle scale che conducono alla cantina dove venne rinvenuto il corpo di Chiara. Le nuove analisi hanno riportato quella traccia al centro dell’inchiesta e l’accusa ne sostiene la compatibilità con Sempio, mentre i consulenti della difesa contestano anche questo risultato.
Ma il nuovo impianto investigativo non si reggerebbe soltanto sulla genetica e sulle impronte.
Nella ricostruzione dei ventuno elementi entrano le telefonate effettuate da Sempio all’abitazione dei Poggi nei giorni precedenti il delitto, le dichiarazioni degli amici di Marco Poggi, le ricerche online compiute anni dopo sul DNA, alcuni passaggi delle intercettazioni ambientali, i cosiddetti «soliloqui» registrati dagli investigatori e la questione dei video intimi di Chiara e Alberto Stasi, dei quali Sempio avrebbe parlato nelle conversazioni intercettate.
È proprio uno di quegli audio ad avere attirato maggiormente l’attenzione negli ultimi mesi. In una conversazione Sempio pronuncia la frase «quando sono andato io, il sangue c’era», riferendosi poi al comportamento di Stasi all’interno della villetta; in un’altra registrazione del 2017 fa riferimento alle 9.30 parlando di ciò che sarebbe accaduto «quel giorno». Sono frasi sulle quali accusa e difesa forniscono interpretazioni radicalmente diverse e che, da sole, non costituiscono una confessione.
Ed è proprio questo il punto: la Procura sembra ragionare sulla convergenza degli elementi, mentre la strategia difensiva consiste nel separarli e contestarli uno per uno.
Lo scontrino di Vigevano e un alibi che torna sotto esameDentro il fascicolo c’è poi un oggetto minuscolo diventato uno dei simboli dell’intero caso: lo scontrino del parcheggio di Vigevano.
Sempio lo consegnò ai carabinieri per documentare il proprio passaggio nella città la mattina del 13 agosto 2007, quando avrebbe raggiunto una libreria che trovò chiusa. Per gli inquirenti, tuttavia, quel ticket dimostrerebbe soltanto che qualcuno effettuò quel pagamento in quel momento, non necessariamente che fosse stato proprio Sempio e, soprattutto, non sarebbe sufficiente a escludere la sua presenza a Garlasco nella finestra temporale compatibile con l’omicidio.
Nella nuova ricostruzione entrano anche i suoi spostamenti di quella mattina, il passaggio dall’abitazione della nonna e un appunto del padre Giuseppe relativo al fatto che il figlio fosse «a piedi», dettaglio che gli investigatori mettono in relazione con le versioni fornite nel corso degli anni.
A tutto questo si aggiunge il possibile movente costruito dalla nuova accusa: un interesse di Sempio nei confronti di Chiara, un approccio respinto e una successiva ossessione. È forse il punto più delicato dell’intera ricostruzione, perché trasformare una serie di comportamenti, scritti o interessi personali in un movente omicidiario richiede un salto probatorio che dovrà eventualmente reggere davanti a un giudice.
Il 28 settembre non significa automaticamente processoLa quantità degli elementi non deve però far saltare un passaggio fondamentale. Il 28 settembre non è il giorno in cui Andrea Sempio verrà dichiarato colpevole né quello nel quale comincerà automaticamente un processo. È il termine entro il quale devono concludersi gli approfondimenti disposti dopo le controdeduzioni della difesa.
La Procura aveva già notificato il 415-bis il 7 maggio, formulando nei confronti di Sempio l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti. Dopo le consulenze depositate dai suoi legali, tuttavia, sono stati ordinati nuovi accertamenti per verificarne la solidità scientifica.
Soltanto al termine di questa fase si completerà il quadro che porterà alla decisione successiva. Ed è qui che il destino di Andrea Sempio incontra inevitabilmente quello di Alberto Stasi.
Il paradosso Stasi-SempioStasi è ancora, giuridicamente, l’assassino di Chiara Poggi. La sua condanna a sedici anni è definitiva e nessuna nuova indagine può cancellarla automaticamente.
Dal 13 giugno, però, non è più detenuto nel carcere di Bollate: il Tribunale di Sorveglianza di Milano gli ha concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali dopo oltre dieci anni trascorsi in carcere e un percorso giudicato positivamente dai magistrati. La decisione non ha alcun collegamento giuridico con la nuova inchiesta su Sempio.
La partita più importante per lui è un’altra: la revisione del processo.
I suoi avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis stanno lavorando alla richiesta, mentre anche la Procura generale di Milano sta studiando gli atti trasmessi da Pavia per verificare l’esistenza dei presupposti necessari. Già a giugno la Procura pavese aveva sollecitato la Procura generale a valutare la revisione della condanna.
Ed è qui che Garlasco entra in un territorio giudiziario rarissimo. Perché un eventuale rinvio a giudizio di Sempio non renderebbe automaticamente innocente Stasi. Allo stesso modo, l’apertura di un procedimento di revisione non cancellerebbe immediatamente la sentenza definitiva del 2015. I due binari possono procedere contemporaneamente fino a quando una nuova decisione giudiziaria non modificherà ciò che oggi è stabilito da una sentenza passata in giudicato.
Ma se gli stessi elementi raccolti dalla Procura di Pavia venissero considerati sufficientemente forti da sostenere un processo contro Sempio e contemporaneamente incompatibili con la ricostruzione che portò alla condanna di Stasi, il sistema sarebbe costretto a confrontarsi con la domanda che aleggia sull’inchiesta da mesi: può la vecchia verità giudiziaria sopravvivere alla nuova?
Sempio, un mese decisivo anche fuori dalle auleNel frattempo, la vita dell’unico indagato della nuova inchiesta è stata travolta dal caso.
Il contratto dell’appartamento nel quale viveva a Voghera non è stato rinnovato, in un contesto segnato dall’assedio continuo di giornalisti e troupe televisive, mentre il 31 agosto perderà anche il lavoro nel negozio di telefonia dove è impiegato. Il licenziamento, è importante precisarlo, non è conseguenza dell’indagine: riguarda anche altri dipendenti ed è legato al cambio di gestione dell’attività, con la possibilità che in seguito alcuni lavoratori vengano riassunti.
Sono elementi personali che non hanno alcun valore rispetto all’accertamento della sua responsabilità, ma restituiscono la dimensione di un’inchiesta che da oltre un anno ha smesso di vivere soltanto nei fascicoli della Procura.
Ed è forse questo l’altro grande problema del nuovo caso Garlasco.
Da un processo a una guerra di tutti contro tuttiIntorno all’omicidio di Chiara Poggi si è infatti aperto un secondo procedimento, questa volta mediatico, nel quale ormai si fronteggiano avvocati, criminologi, giornalisti e familiari.
Stefania Cappa, cugina di Chiara, ha presentato una denuncia-querela dopo la diffusione televisiva di un atto relativo a un altro fronte della vicenda. Il giornalista Milo Infante, destinatario di una denuncia per ricettazione e violazione del segreto investigativo secondo quanto riferito dalla legale di Cappa, ha respinto duramente le contestazioni definendo l’accusa «infamante» e dichiarando di viverla come una forma di intimidazione. Ha inoltre affermato di voler assumere personalmente ogni responsabilità, sollevando Mediaset.
In parallelo è riesploso lo scontro con Roberta Bruzzone, che ha annunciato di voler valutare iniziative giudiziarie nei confronti di Infante dopo essere stata chiamata in causa sulla ricostruzione di una presunta conversazione riguardante Antonio De Rensis e Stefania Cappa.
Lo stesso De Rensis ha definito infondate le accuse che lo riguardano, mentre Liborio Cataliotti, uno dei difensori di Sempio, ha invitato gli avvocati coinvolti nella vicenda a «fare meno i protagonisti» e a riportare l’attenzione sull’unica domanda che dovrebbe contare: chi ha ucciso Chiara Poggi. È probabilmente la frase che descrive meglio il punto nel quale si trova oggi Garlasco.
Perché a diciannove anni dall’omicidio, il rischio è che intorno alla morte di una ragazza di 26 anni si accumulino così tanti processi paralleli, sospetti, accuse reciproche, fughe di documenti, programmi televisivi e scontri personali da perdere di vista il centro della storia.
Quel centro resta una villetta di via Pascoli, la mattina del 13 agosto 2007. E una domanda alla quale la giustizia italiana pensava di avere già risposto una volta. Il prossimo mese dirà se quella risposta può ancora reggere.