Il 10 ottobre, Giornata mondiale della salute mentale, vale la pena osservare una relazione che fino a pochi anni fa sembrava materia da fantascienza. È quella con l’intelligenza artificiale. Non la usiamo più soltanto per scrivere una mail, riassumere un documento o cercare una ricetta. Sempre più spesso le affidiamo dubbi, paure, momenti di solitudine. Le chiediamo un consiglio, una parola rassicurante, perfino un parere su una relazione sentimentale. E, quando la risposta arriva, può sembrare sorprendentemente vicina a quella di una persona che ci conosce. Il successo dei chatbot AI si gioca anche qui: nella disponibilità continua, nell’assenza apparente di giudizio e nella possibilità di parlare senza temere lo sguardo dell’altro. Nessun appuntamento da fissare, nessuna lista d’attesa, nessuna necessità di spiegare perché ci si sente fragili proprio quel giorno. Basta aprire una finestra sullo schermo. Ma che cosa accade quando questa comodità incontra un bisogno emotivo? E soprattutto: un dialogo con una macchina può davvero aiutarci a stare meglio?
Chatbot e salute mentale: che cosa dice la scienza
Le ricerche cominciano a misurare gli effetti dell’intelligenza artificiale sul benessere psicologico. Una metanalisi pubblicata nel 2025 sul Journal of Medical Internet Research, condotta su 29.637 partecipanti, ha rilevato benefici da piccoli a moderati nell’alleviare il disagio psicologico, con risultati anche su ansia, depressione e stress tra adolescenti e giovani adulti. Un’altra revisione, pubblicata nel 2024 e indicizzata su PubMed, ha analizzato 18 studi clinici per un totale di 3.477 partecipanti, riscontrando una riduzione dei sintomi ansiosi e depressivi. Nel 2025, inoltre, uno studio randomizzato pubblicato su NEJM AI ha valutato Therabot, un chatbot generativo progettato per il supporto terapeutico. I risultati sono promettenti, ma serve cautela. Non tutti i chatbot sono strumenti terapeutici e i benefici osservati con sistemi specifici non possono essere estesi automaticamente a qualsiasi assistente digitale. Una risposta rassicurante può aiutare a mettere ordine nei pensieri. Non significa, però, che la macchina provi empatia o comprenda davvero la sofferenza. Il sistema genera risposte: non vive le emozioni di chi gli parla. «Soprattutto nelle persone che hanno difficoltà a relazionarsi, e in particolare nei giovani, un chatbot può rappresentare un aiuto” dice a Panorama il dottor Emanuele De Nobili, tra i più autorevoli esperti di medicina preventiva, rigenerativa e anti-aging e autore del libro “Il reset del cortisolo” (Giunti, 2026). «È successo anche durante il Covid, quando molti ragazzi erano chiusi in casa e avevano poche occasioni di confronto con i coetanei. L’intelligenza artificiale offre uno scambio immediato e, diversamente da una persona, tende a non esprimere giudizi: può restituire risposte incoraggianti, sostenere l’autostima e migliorare temporaneamente il tono dell’umore. La dopamina è coinvolta nei meccanismi cerebrali della gratificazione, ed è anche per questo che le esperienze percepite come positive possono spingerci a ripeterle. Ma proprio qui bisogna prestare attenzione: quando la ricerca di quella gratificazione diventa continua e non riusciamo più a porci dei limiti, può svilupparsi un comportamento problematico. Soprattutto nelle persone più fragili, il chatbot può essere una risorsa, purché non diventi l’unica fonte di conforto».
Quando il conforto digitale diventa una trappola
Il rischio emerge quando il chatbot smette di essere uno strumento e diventa il principale riferimento emotivo. Si preferisce parlare con l’AI anziché affrontare una difficoltà con un amico, si rinunciano agli incontri o si cerca continuamente una conferma digitale prima di prendere una decisione. Nel dibattito scientifico si parla di dipendenza dai chatbot e di attaccamento parasociale. È un campo ancora in evoluzione riguardo alla relazione chatbot e salute mentale: non esiste una soglia universale di minuti oltre la quale si sviluppi automaticamente una dipendenza. Conta soprattutto l’impatto dell’uso sulla vita quotidiana, sul sonno e sulle relazioni. «Il primo elemento da osservare è il tempo che si dedica a queste relazioni artificiali, soprattutto quando si parla di ragazzi» continua De Nobili. «Se un giovane si chiude in camera e trascorre ore collegato a un chatbot, rinunciando ad altre attività e ai rapporti con i coetanei, è un segnale che merita attenzione. Un altro campanello d’allarme è l’utilizzo notturno: ragazzi che restano svegli fino alle tre del mattino per continuare a conversare con il proprio interlocutore virtuale. In questi casi il problema non è soltanto la quantità di tempo, ma il fatto che l’interazione cominci a occupare lo spazio del sonno e delle relazioni reali».
Effetto “tacchino freddo” nella relazione tra chatbot e salute mentale
E c’è poi l’effetto cold-turkey, che descrive la difficoltà di interrompere bruscamente una relazione con il chatbot quando si è sviluppato un forte attaccamento. «Ci si abitua a trovare sempre una risposta, una conferma, una presenza disponibile in qualsiasi momento» conclude De Nobili. «Quando si prova a staccarsi, si può avvertire la mancanza di quello scambio e si rischia di ricadere nell’abitudine. Le ricerche stanno cominciando a indagare queste forme di dipendenza, che possono manifestarsi come ricerca di una compagnia pseudosociale, rifugio in mondi virtuali o bisogno compulsivo di ottenere informazioni. Il punto è capire che l’intelligenza artificiale può essere un aiuto, ma non deve diventare l’unico interlocutore. Per questo è importante ricostruire un ancoraggio alla vita reale: confrontarsi con le persone, coltivare le amicizie e imparare a usare la tecnologia senza dipendere dalla sua presenza continua».
Anche cani e gatti possono aiutarci a stare meglio
Tra le relazioni che contribuiscono al benessere quotidiano e garantiscono ancoraggio alla realtà, all’ambiente esterno e alle interazioni sociali ci sono anche quelle con gli animali domestici. Secondo il National Dog Survey 2026 di Dogs Trust, il 96% dei proprietari intervistati ritiene che avere un cane faccia bene alla salute mentale. Il Cats Report 2025 di Cats Protection rileva invece che il 49% dei proprietari considera il proprio gatto un motivo per alzarsi la mattina. Sono dati che descrivono le percezioni dei proprietari, non prove di un effetto terapeutico. La compagnia degli animali può favorire routine, movimento e occasioni di socializzazione, ma richiede anche rispetto per i loro bisogni e la loro natura. Inoltre, il possesso di un animale domestico può migliorare il benessere fisico, psicologico e sociale delle persone anziane che vivono da sole: su 900 over 55 che vivono da soli, il 76% riferisce un miglioramento del benessere emotivo grazie ai propri animali, il 62% una riduzione dello stress e il 45% un aumento dell’attività fisica. Quasi la metà indica inoltre che gli animali aiutano a ridurre la solitudine. Tutti benefici legati alla “Pawsitivity”, ossia l’insieme di tutti i benefici a livello psicologico e fisico che la presenza nella vita quotidiana dei pet apporta all’essere umano: un effetto evidenziato anche da una importante ricerca della University of Maryland .
La tecnologia può offrire risposte immediate. Le relazioni, umane e non, richiedono invece presenza e responsabilità. La differenza si misura anche da ciò che accade dopo aver spento lo schermo: se torniamo alla vita con maggiore lucidità o se sentiamo il bisogno di riaccenderlo per non affrontarla.