La guerra si combatte a migliaia di chilometri di distanza, ma il suo impatto economico attraversa i mercati internazionali dell’energia, si trasferisce progressivamente sui prezzi dei beni e dei servizi e arriva fino ai bilanci delle famiglie italiane, già messe alla prova da anni di inflazione e da un potere d’acquisto che fatica a recuperare il terreno perduto. A fotografare le dimensioni di questa nuova stangata è il Codacons, che ha calcolato come, sulla base dell’inflazione acquisita dall’Istat per il 2026 e ipotizzando che i prezzi rimangano agli attuali livelli fino alla fine dell’anno, una coppia con due figli potrebbe arrivare a sostenere una maggiore spesa annua di 1.415 euro rispetto al 2025, mentre per una coppia con un figlio l’aggravio stimato raggiunge i 1.281 euro e per una famiglia senza figli si attesta a 1.167 euro.
Un conto che diventa particolarmente significativo se letto alla luce degli ultimi dati sull’andamento dei prezzi, perché a settembre l’inflazione italiana ha raggiunto il 4,2% su base annua, accelerando rispetto al 3,3% di agosto e tornando su livelli che non si registravano da tre anni, mentre l’aumento delle quotazioni energetiche, legato anche alle tensioni internazionali, continua ad alimentare i timori di ulteriori ripercussioni sui costi di produzione, sui trasporti e, inevitabilmente, sui prezzi finali pagati dai consumatori.
L’analisi del Codacons non rappresenta una misurazione separata delle conseguenze economiche della guerra in Iran, ma una proiezione dell’aumento complessivo della spesa per consumi delle diverse tipologie familiari, ottenuta applicando l’inflazione media acquisita per il 2026 ai rispettivi livelli di spesa. Una distinzione importante, perché permette di comprendere la portata delle cifre senza attribuire automaticamente al conflitto ogni rincaro registrato dall’inizio dell’anno, ma che non ridimensiona il problema di fondo: l’energia è tornata a rappresentare uno dei principali fattori di accelerazione dei prezzi e le famiglie si trovano a dover affrontare un ulteriore aumento del costo della vita.
Quanto costeranno i rincari alle famiglie italianeLe stime dell’associazione dei consumatori mostrano innanzitutto come l’impatto economico dell’inflazione vari significativamente in relazione alla composizione del nucleo familiare, perché il numero dei componenti, la presenza di figli e le differenti abitudini di consumo determinano livelli di spesa molto diversi e, di conseguenza, una diversa esposizione agli aumenti.
Per un pensionato che vive da solo, il Codacons calcola una maggiore spesa annua di 667 euro, mentre un single con meno di 35 anni dovrebbe sostenere un aggravio di 704 euro, due cifre che possono apparire relativamente contenute rispetto a quelle previste per le famiglie più numerose, ma che assumono un peso differente quando vengono rapportate alla disponibilità economica di chi percepisce una pensione modesta oppure si trova all’inizio del proprio percorso professionale.
La situazione cambia quando aumenta il numero dei componenti del nucleo familiare, perché per una coppia senza figli il maggiore esborso raggiunge i 1.167 euro, mentre una famiglia monogenitoriale dovrebbe sostenere una spesa supplementare di 976 euro, destinata a salire a 1.281 euro nel caso di una coppia con un figlio e a raggiungere il massimo di 1.415 euro quando i figli sono due.
Sono importi che descrivono l’aumento teorico del costo dei consumi nell’ipotesi in cui le famiglie mantengano inalterate le proprie abitudini di acquisto, continuando quindi a sostenere le stesse spese per alimentazione, abitazione, energia, trasporti e tutti gli altri beni e servizi considerati nella rilevazione statistica. Nella realtà, tuttavia, una parte dei nuclei familiari potrebbe trovarsi nell’impossibilità di assorbire interamente gli aumenti, scegliendo di ridurre alcuni acquisti, rinviare determinate spese oppure modificare la qualità e la quantità dei prodotti acquistati.
È proprio questa la conseguenza meno immediata dell’inflazione, che non si manifesta soltanto attraverso l’aumento del denaro necessario per mantenere invariato il proprio tenore di vita, ma anche attraverso la progressiva riduzione dei consumi quando i redditi disponibili non riescono a tenere il passo con i prezzi.
Dai disoccupati ai liberi professionisti: perché la stangata non è uguale per tuttiIl Codacons ha inoltre analizzato le conseguenze dell’aumento dei prezzi distinguendo le famiglie in base alla principale fonte di reddito, utilizzando la classificazione della condizione professionale del capofamiglia prevista dall’Istat, e anche in questo caso le differenze risultano particolarmente marcate, pur richiedendo una lettura che tenga conto dei livelli complessivi di spesa e delle diverse condizioni economiche.
Per un nucleo familiare nel quale la persona di riferimento è disoccupata, l’aggravio annuo stimato è di 701 euro, mentre raggiunge i 936 euro quando il principale percettore di reddito è un operaio, sale a 1.259 euro per le famiglie di quadri e dirigenti e arriva a 1.616 euro nel caso degli imprenditori e dei liberi professionisti.
Il fatto che la maggiore spesa teorica risulti più elevata per queste ultime categorie non significa necessariamente che siano anche quelle maggiormente penalizzate dall’inflazione, perché il calcolo riflette i differenti livelli di consumo e non il rapporto tra l’aumento dei prezzi e le effettive risorse economiche disponibili.
Una famiglia con un reddito elevato può infatti sostenere un incremento assoluto della spesa superiore rispetto a quello registrato da un nucleo meno abbiente, disponendo però di margini economici sufficienti per assorbirlo senza modificare sensibilmente il proprio tenore di vita; al contrario, per un pensionato solo, un disoccupato oppure un lavoratore con uno stipendio contenuto, anche poche centinaia di euro di spesa aggiuntiva possono costringere a rivedere radicalmente la distribuzione del bilancio domestico.
Una fotografia delle differenti condizioni di partenza arriva proprio dall’Istat, che nell’ultima indagine sulle condizioni di vita e sui redditi delle famiglie ha rilevato come il reddito mediano delle coppie con figli sia superiore rispetto a quello di altre tipologie familiari, mentre la condizione degli anziani soli rimane particolarmente delicata, con un reddito che nella metà dei casi non supera i 18.614 euro annui.
È quindi soprattutto la capacità di sostenere gli aumenti, e non soltanto il loro valore assoluto, a determinare quanto l’inflazione possa compromettere le condizioni economiche delle famiglie.
L’inflazione torna ai massimi da tre anni: energia e alimentari spingono i prezziA rendere particolarmente preoccupanti le stime del Codacons sono gli ultimi dati diffusi dall’Istat, che nelle rilevazioni preliminari relative a settembre ha registrato un’accelerazione dell’inflazione al 4,2% su base annua, con un aumento dello 0,7% rispetto al mese precedente e un andamento fortemente influenzato dai rincari dei prodotti energetici.
In particolare, la crescita tendenziale dei prezzi dell’energia è passata dal 17,1% di agosto al 22,3% di settembre, mentre gli energetici regolamentati hanno accelerato dal 18,6% al 25,9% e quelli non regolamentati dal 17% al 22,2%, delineando uno scenario nel quale le tensioni sui mercati internazionali continuano a trasferirsi con intensità sui costi sostenuti dai consumatori italiani.
Ma l’aumento dei prezzi non riguarda esclusivamente il comparto energetico, perché nello stesso periodo gli alimentari non lavorati hanno registrato un’accelerazione dal 3,8% al 5,5%, mentre i prodotti ad alta frequenza d’acquisto, che comprendono numerose spese affrontate quotidianamente dalle famiglie, sono passati da un incremento del 4,3% a uno del 5,3%.
Il cosiddetto carrello della spesa, che comprende i prodotti alimentari e quelli per la cura della casa e della persona, presenta una crescita più contenuta, pari all’1,7% su base annua, ma anche questa voce contribuisce ad alimentare una percezione di rincaro particolarmente intensa, perché riguarda acquisti ricorrenti sui quali molte famiglie dispongono di margini limitati per intervenire.
Un altro dato particolarmente significativo riguarda l’inflazione di fondo, calcolata escludendo i prodotti energetici e gli alimentari freschi, che a settembre è salita dall’1,5% all’1,7%: un valore decisamente inferiore rispetto all’indice generale, ma che suggerisce come l’accelerazione dei prezzi non sia confinata esclusivamente alle componenti più volatili.
È proprio la differenza tra questi indicatori a permettere di interpretare correttamente la nuova situazione economica, distinguendo la crescita improvvisa di alcune categorie particolarmente sensibili alle tensioni internazionali dalla dinamica più generale dei prezzi al consumo.
Bollette, aumenti fino al 37,3%: il nuovo shock energeticoIl fronte sul quale le conseguenze delle tensioni internazionali risultano più evidenti è quello delle bollette, perché il recente aggiornamento delle tariffe energetiche ha già introdotto incrementi consistenti per una parte dei consumatori italiani, proprio mentre l’arrivo della stagione fredda si prepara a riportare al centro dei bilanci familiari il costo del riscaldamento.
Secondo quanto comunicato dall’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, nel quarto trimestre del 2026 la bolletta elettrica del cliente tipo vulnerabile servito in Maggior Tutela aumenterà del 37,3% rispetto al trimestre precedente, un rincaro che interesserà circa tre milioni di utenti e che riflette principalmente l’incremento dei costi di acquisto dell’energia sui mercati all’ingrosso.
L’aumento non riguarda indistintamente tutte le famiglie italiane, perché si applica ai clienti vulnerabili che si trovano ancora nel servizio di Maggior Tutela, mentre per gli utenti del mercato libero le condizioni economiche dipendono dai rispettivi contratti e dalle modalità attraverso le quali i fornitori aggiornano i prezzi.
La distinzione è fondamentale, ma non modifica il segnale generale che emerge dai mercati energetici: l’aumento del costo delle materie prime continua ad alimentare pressioni che possono trasmettersi, con tempi e intensità differenti, sia alle bollette domestiche sia ai costi sostenuti dalle imprese.
Una conferma arriva anche dal gas, perché ARERA ha comunicato che a settembre la spesa complessiva dell’utente tipo appartenente al servizio di tutela della vulnerabilità è aumentata del 12,7% rispetto ad agosto, dopo che anche il mese precedente aveva registrato un incremento.
Il meccanismo attraverso il quale gli aumenti energetici si trasferiscono all’economia reale è particolarmente importante per comprendere le stime sull’inflazione, perché elettricità, gas e carburanti rappresentano non soltanto consumi diretti delle famiglie, ma anche fattori produttivi utilizzati praticamente in ogni comparto economico, dalla produzione alimentare alla distribuzione commerciale, dai trasporti all’industria manifatturiera.
Quando i prezzi dell’energia aumentano in maniera significativa, dunque, il rischio non si limita alla crescita immediata delle bollette, ma riguarda anche la possibilità che una parte dei maggiori costi sostenuti dalle imprese venga progressivamente trasferita sui prezzi finali dei prodotti.
Il carrello della spesa e il potere d’acquisto che non recuperaLa maggiore vulnerabilità delle famiglie italiane di fronte a una nuova accelerazione dell’inflazione dipende anche dalle conseguenze degli aumenti accumulati negli ultimi anni, durante i quali il livello dei prezzi è cresciuto sensibilmente più della spesa complessiva destinata ai consumi.
Secondo l’indagine Istat relativa al 2024, la spesa media mensile delle famiglie residenti in Italia era pari a 2.755 euro, sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente, mentre il confronto con il periodo precedente alla pandemia mostrava un aumento del 7,6% della spesa tra il 2019 e il 2024, a fronte di un’inflazione armonizzata complessiva del 18,5%.
Questo significa che una parte importante delle famiglie ha progressivamente modificato le proprie abitudini, riducendo gli acquisti oppure rinunciando a determinati prodotti e servizi per cercare di mantenere sotto controllo il bilancio domestico, senza che la stabilità della spesa nominale corrispondesse necessariamente a una stabilità dei consumi effettivi.
Sempre secondo l’Istat, nel 2024 il 31,1% delle famiglie dichiarava di aver cercato di limitare la quantità oppure la qualità dei prodotti alimentari acquistati, un dato che aiuta a comprendere quanto ulteriori aumenti dei prezzi possano incidere su bilanci nei quali una parte delle rinunce è già stata effettuata.
Ma esiste anche una significativa differenza territoriale, perché le famiglie residenti nelle regioni meridionali destinano mediamente una quota maggiore del proprio bilancio ai prodotti alimentari, che nel Sud rappresentavano il 25,4% della spesa complessiva contro il 17,4% del Nord-est, rendendo particolarmente importante la dinamica dei prezzi dei beni essenziali.
È una situazione nella quale la stessa percentuale di inflazione può produrre conseguenze molto differenti, perché chi dispone di un reddito più elevato può compensare l’aumento dei costi riducendo temporaneamente alcune spese discrezionali, mentre chi destina già una parte consistente delle proprie risorse all’alimentazione, all’abitazione e all’energia rischia di avere possibilità di adattamento decisamente più limitate.
Perché i 1.415 euro del Codacons non sono una previsione definitivaPer interpretare correttamente la stima del Codacons bisogna infine distinguere due indicatori che descrivono aspetti differenti dell’andamento dei prezzi, perché il 4,2% registrato dall’Istat a settembre rappresenta l’inflazione tendenziale, ovvero la variazione rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre il 3,1% utilizzato come riferimento per le proiezioni dell’associazione è l’inflazione media già acquisita per l’intero 2026.
Quest’ultimo dato indica quale sarebbe l’aumento medio dei prezzi nell’anno se, da ottobre a dicembre, l’indice dei prezzi al consumo rimanesse invariato rispetto ai livelli raggiunti a settembre, rappresentando quindi una misura statistica delle variazioni già maturate e non una previsione definitiva di ciò che accadrà negli ultimi mesi dell’anno.
È proprio sulla base di questa ipotesi che l’associazione ha applicato il rincaro medio ai livelli di spesa delle differenti tipologie familiari, ottenendo gli incrementi che vanno dai 667 euro del pensionato solo ai 1.415 euro della coppia con due figli, senza tuttavia misurare separatamente il contributo specifico della guerra in Iran rispetto agli altri fattori che hanno influenzato l’inflazione nel corso del 2026.
Se nei prossimi mesi i prezzi dovessero continuare a crescere, l’inflazione media annua potrebbe risultare superiore al valore attualmente acquisito, mentre eventuali riduzioni dei prezzi potrebbero modificarne l’andamento, rendendo necessario aggiornare anche le proiezioni sulla spesa familiare.
C’è inoltre un altro elemento da considerare, perché queste stime descrivono l’aumento teorico del costo dei consumi a parità di abitudini e non rappresentano necessariamente la somma che ogni famiglia si ritroverà concretamente a pagare in più, dal momento che i singoli nuclei possono avere consumi molto differenti rispetto alle medie statistiche e modificare le proprie decisioni di acquisto per contenere gli aumenti.
Il dato resta tuttavia significativo proprio perché fotografa il rischio economico che accompagna il ritorno dell’inflazione su livelli elevati: una famiglia con due figli potrebbe dover destinare oltre mille euro aggiuntivi al mantenimento degli stessi consumi, mentre pensionati, lavoratori con redditi contenuti e genitori soli rischiano di essere costretti a ulteriori rinunce, in un contesto nel quale gli aumenti energetici hanno già cominciato a manifestarsi e l’evoluzione del conflitto continua a rendere incerta la situazione dei mercati internazionali.
Perché il problema, alla fine, non riguarda soltanto quanto aumenteranno i prezzi da qui a dicembre, ma quanta parte del proprio reddito gli italiani saranno ancora in grado di destinare a tutto ciò che rimane dopo aver pagato bollette, alimentari, trasporti e le altre spese indispensabili.