Da qualche giorno, accendendo la radio o navigando tra le piattaforme musicali, ci si può imbattere in una canzone particolarmente orecchiabile, sia per la musica – la versione riprende le note di una famosa canzone degli Anni Ottanta – sia per il piacevolissimo ritornello.

 Dopo due anni dalla loro ultima pubblicazione, è arrivato il momento di un grande ritorno per I Perturbazione, e lo fanno con l’album “Risuona”, in uscita il 9 ottobre (The Saifam Group),  anticipato dalla canzone “Quel che non ho più”, una loro versione di “Only You”, brano originariamente interpretato dal gruppo inglese Yazoo. Una versione tradotta, riarrangiata e reinterpretata, per regalarle un tocco di personalità. Così come hanno fatto con tutte le canzoni dell’album. Il ruolo di arrangiatore e “traduttore” è affidato principalmente a Tommaso Cerasuolo, frontman e cantante del gruppo, che ci racconta come questa sua passione per la trasposizione nella nostra lingua sia qualcosa che lo accompagna da sempre.

Tommaso, perché questo album?

“Sono sempre stato interessato alle traduzioni fin dai tempi del liceo, ma non come una trasposizione puramente letterale. La canzone non deve essere “italianizzata”, ma interpretata, mantenendo sì lo stesso significato, ma con un linguaggio più musicale. L’inglese è per sua natura una lingua con una ritmica più veloce. Si pensi solamente alla parola “love”: la lingua British, per cantarla e metterla in rima necessita di una sola sillaba, l’italiano ben tre (a-mo-re).

Mi piace tradurre cercando di trasmettere  la stessa emozione che mi evoca la canzone originale, trasferendone le medesime sensibilità e potere evocativo.”

Così come hai fatto con “Quel che non ho più”, canzone apripista del nuovo album

“Rispetto all’originale c’è una diversa interpretazione della finestra nella prima strofa; ho ricercato e dato più importanza alla musicalità e all’adattamento delle emozioni. La finestra qui è la metafora per raccontare un amore ancora desiderato ma ormai impossibile: i due ex, ciascuno al di là del vetro, sono ormai incapaci di comunicare.”

Come avete scelto le canzoni dell’album?

“Ho un quaderno altissimo che risale ai tempi del liceo, quando abbiamo iniziato a suonare, dove annotavo le canzoni che amavo, le prime con cui esercitarmi, le prime cover portate sui palcoscenici. E man mano quei brani sono diventati centinaia. È da quel quaderno, da quella pila di fogli che ho attinto per scegliere le canzoni del nuovo album. Quelle a cui regalare una versione italiana. “Only You” è l’unica vera canzone famosa; le altre non lo sono per scelta. Per dare una maggior possibilità di ascolto e per aiutare i brani a indossare una propria personalità senza il peso della loro eredità musicale.

Inoltre tutti i testi tradotti, prima di poter essere pubblicati, devono passare al vaglio degli autori originali, e oggi le regole sono decisamente più rigide di quelle degli Anni Sessanta, quando reinterpretare in italiano una canzone straniera era quasi una consuetudine musicale. Si pensi ad esempio alla leggerezza e alla “permissività” della traduzione del celebre brano Dreamer dei Supertramp, trasformato nel1977 da Renato Zero in Sgualdrina!”

Le vostre traduzioni però hanno ricevuto ottime critiche dagli autori, come ad esempio “Musica in un’altra lingua”

“È la canzone che apre l’album, “Music in a foreign language” di Lloyd Cole. La versione italiana gli è piaciuta talmente tanto da voler partecipare con un featuring.”

Siete nati sui banchi di scuola quasi quarant’anni fa

“In un liceo scientifico alle porte di Torino alla fine degli Anni Ottanta. Ragazzi che non sapevano nemmeno suonare, con tecniche musicali tutte da scoprire, che decidono di formare un gruppo. Abbiamo imparato a suonare: alcuni hanno trovato subito il proprio strumento, altri ne hanno sperimentato qualcuno prima di trovare quello giusto, e chi, come me, dopo aver provato a suonare, ha deciso di fare il cantante! ”

Il segreto della vostra longevità?

“Siamo un gruppo diventato una famiglia: anzi, due componenti della band sono fratelli e i due ragazzi che hanno preso altre strade erano tra loro legati sentimentalmente. La ricetta per stare bene insieme per così tanto tempo è la possibilità di avere i propri spazi. Ognuno porta il proprio contributo pur concedendosi del tempo per coltivare progetti individuali. Lavorare per passione senza la frenesia di dover per forza pubblicare qualcosa a date prestabilite.”

Come si approccia il Tommaso di oggi al pubblico, rispetto al liceale di tanti anni fa?

“Ultimamente mi piace dare più spazio all’aspetto comunicativo con il pubblico e i fan, raccontandoci tra una canzone e l’altra. Mi piace dialogare con loro, usando le parole come collante tra i nostri brani musicali. Rende il rapporto tra la band e i fan più maturo e intimo.

In queste settimane ci saranno incontri aperti al pubblico, durante i quali condivideremo storie e aneddoti legati alla realizzazione del nuovo album, ed eseguiremo alcune canzoni dal vivo. L’8 ottobre a Milano (Germi), il 12 al Circolo dei Lettori a Torino e il 14 ottobre alla Feltrinelli di via Appia Nuova a Roma.”

Una domanda che avresti voluto ti facessi?

“Faccio io una domanda a te. A ogni intervista chiedo una canzone cover che non conosco, in modo da avere nuovo materiale e arricchire il mio bagaglio personale.”

Nessun dubbio. Una canzone a cui sono molto legata perché l’ascoltava sempre mia mamma la domenica mattina, da grade fan di Mal. “Pensiero d’amore”, adattamento di Franco Migliacci della canzone “I’ve Gotta Get a Message to You” dei Bee Gees.

Quando ci si poteva ancora sbizzarrire con le interpretazioni.