C’è una mostra da non perdere a Venezia. È Matriclysm: An Archeology of Connections Lost in calendario fino al 22 novembre presso il Salone Verde art & social club di calle Regina in occasione della 61a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Al centro c’è il lavoro multidisciplinare di Jewel, la cantautrice americana che alla fine degli anni Novanta rivoluzionò il mondo della musica prima con Pieces of you, tra i debutti più venduti di tutti i tempi, diventato 12 volte platino; poi con gli oltre 3 milioni di dischi di Spirit. Cresciuta in una famiglia a dir poco peculiare – suo padre, Atz Kilcher, tra il 2011 e il 2022 è protagonista del reality Alaska: The Last Frontier in onda su Discovery; la madre, Lenedra Carroll, invece, dopo averla abbandonata, riallaccia i rapporti per farle da manager sottraendole 100 milioni di dollari, Jewel ha fatto dell’arte la sua catarsi. Un approccio alla creatività, che spazia dalla musica alla letteratura passando per l’arte nelle sue diverse discipline, e che si racconta oggi per la prima volta in Europa in un percorso visivo unico. Realizzata in tandem con il Crystal Bridges Museum of American Art e la curatela di Joe Thompson, Matriclysm: An Archeology of Connections Lost stupisce tanto per la varietà, quanto per come l’esperienza personale dell’artista sia lo spunto, ma mai la causa del progetto. Incontriamo Jewel all’ombra di First Mother, la scultura di fili di juta realizzata con l’artista congolese Patrick Bongoy, che è allestita all’aperto, subisce le intemperie, si deteriora e cambia aspetto giorno dopo giorno. «La mia arte consiste sempre nel rielaborare la mia psicologia. È sempre un tema su cui sto riflettendo, che mi interessa e con cui sto cercando di scendere a patti. E così la mia arte mi aiuta a farlo. È un po’ come metabolizzare», ci racconta, «Mi interrogo su moltissimi temi e qui in particolare su come mi nutro. Ovvero, quante cose ho chiamato nutrimento quando, in realtà, erano veleno? Quante volte ho avuto una relazione tossica che chiamavo amore? Un pensiero velenoso di cui mi nutrivo ogni giorno? Cos’è stato della mia infanzia che mi ha portato a scambiare il veleno per nutrimento? Come si rieduca questo aspetto? Come si riconosce qualcosa di più nutriente? Come mi connetto a me stessa in modo sano? Come mi connetto alla mia comunità o alla terra in modo sano? La mostra esamina proprio questo, come ci è stato insegnato a essere donne nelle diverse epoche?». Ne nasce un excursus attraverso l’immagine della donna come simbolo, da Henrietta Lacks a Mileva Maric, moglie di Albert Einstein, ma anche come aspettativa e riflesso della vita contemporanea. In mezzo, Seven Sisters, l’installazione dedicata alla costellazione delle Pleiadi, «Ho chiesto alla i dati alla NASA e a Berkeley volevo tradurre il linguaggio delle stelle», prosegue mentre sfere in vetro soffiato raccontano la melodia del cielo con i suoni delle lunghezze d’onda della luce, «quando entro in un nuovo spazio non mi sento di pretendere nulla, ma ho solo voglia di imparare. Così è stato anche con la comunità dell’Arte. Sono stata fortunata: molti artisti, ma anche gallerie, mi hanno preso sotto la loro ala. Penso soprattutto a Crystal Bridges, che mi ha permesso di sentirmi a mio agio, conoscere persone, capire il business ed esprimermi. Arrivare dalla musica non è stato un limite e nemmeno un capitolo del passato. Infatti, continuo a comporre, ho appena pubblicato il singolo Upon Meeting the Goddess of Love e penso a un album acustico». Il prossimo venerdì 8 ottobre, inoltre, Jewel sarà nuovamente a Venezia come protagonista anche di un talk con Hans Ulrich Obrist, direttore artistico della galleria Serpentine di Londra. Arriviamo nell’ultima sala nell’ultima sala, forse quella più suggestiva con Heart of the Ocean, una scultura alta due metri e mezzo che trasforma dati oceanici in uno spettacolo visivo e sonoro che riflette l’instabilità del mare: per realizzarla l’artista ha raccolto i dati dell’oceano, dalla temperatura all’attività delle onde, e li ha combinati con algoritmi musicali creati da lei stessa in un paesaggio sono di dodici minuti che dà voce all’Atlantico. «È una scultura, ma anche uno strumento scientifico, l’unica, che io sappia, che utilizza dati reali. Ma è anche un’esperienza immersiva, che si sviluppa in quattro fasi, partendo dalla superficie per arrivare al fondo del mare e poi risalire. L’intera opera è guidata dai dati: a ogni singolo dato ho assegnato un colore, un suono, una posizione e una funzione specifica. Si tratta quindi di un linguaggio estremamente coerente: più tempo si trascorre con quest’opera, più si impara a comprendere ciò che comunica», conclude Jewel.
Panorama
Jewel e Hans Ulrich Obrist insieme a Venezia: dal pop alla Biennale
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