L'ora di tutti di Stefania Rocca è il film, appena presentato al Festival del Cinema di Roma, dedicato all'assalto turco del 1480 alla città di Otranto.
Pellicola che arriva 46 anni dopo Otranto 1480 del regista Adriano Barbano, narrazione ben più cruda dei tragici eventi dell'incursione ottomana e il martirio degli 800 idruntini, affrontata da Rocca in un'opera certamente meritoria poiché getta luce su un evento dimenticato, ma forse più edulcorati rispetto ad altre produzioni di carattere storico. Ad esempio, il celebre serial Tv turco Il secolo magnifico, 4 stagioni in onda dal 2011 al 2014, che celebra Solimano il Magnifico, sultano ottomano e fra i più grandi personaggi storici della Turchia.
Epoche simili e stili diversi che vanno ben oltre gli apprezzamenti o meno della critica internazionale. Dietro, infatti, potrebbe esserci altro...
Guerra ibrida "Ho sentito parlare di Giulia Gonzaga, sembra sia la donna più bella del mondo. Potresti prenderla: sarebbe un gran bel dono per l'harem del sultano" è l'incoraggiamento, a metà fra il goliardico ed il cameratesco, che il Gran Visir Pargali Ibrahim Pascià lancia ad Khayr al-Dīn Barbarossa nella 3° stagione della fiction. Nessuna invenzione, realtà: la regina di Fondi Giulia Gonzaga era davvero considerata, dai suoi contemporanei, la donna più bella del mondo fama che, dall'Occidente, era giunta alla Grande Porta.
Realtà è altresì il tentativo di rapimento del Barbarossa, datato agosto 1532, quando una flotta corsara ottomana sbarca sul litorale laziale. Giulia scampa per un pelo al rapimento e Barbarossa, furioso per non averla catturata, si scatena sulla popolazione di Fondi e sulla vicina Sperlonga, con roghi di chiese, uccisioni e deportazione in schiavitù di centinaia di donne e bambini. Evento che ebbe una vasta eco nel mondo cristiano proprio per l'assoluta brutalità dei turchi ma che, Il Secolo Magnifico, sembra ridurre ad una "zingarata".
Attenzione, però, non prendiamola come un caso o una mancanza di tatto dello sceneggiatore. Fin dal primo episodio de Il Secolo Magnifico, infatti, la riduzione in schiavitù dei popoli sottomessi, la cattura di donne cristiane per il mercato e per gli harem, i massacri e le uccisioni dell'impero ottomano sono state filtrate e, come dire, "dimenticate". Roxelana (vera moglie di Solimano arrivata a Costantinopoli in catene) è sì acquistata dai turchi, ma ad aver massacrato padre, marito e tutto il suo villaggio sono stati i predoni tatari.
Eroici soldati della Mezzaluna Se in Occidente kolossal come Il Gladiatore e King Arthur ci hanno mostrato soldati romani che credono nella Roma del diritto, ma ne rifiutano corruzione e traffico di schiavi, nei film dell'epoca Erdogan il riferimento ai massacri e alla riduzione in schiavitù di cristiani e africani è pressoché assente. Anzi, alle volte si sconfina nell'incredibile...
In Deliler: Fatih'in Fermanı (in Europa The Hunt for Vlad the Impaler) di Osman Kaya, seguiamo l'avventura di sette cavalieri turchi, senza macchia e senza paura, decisi a combattere il crudele Dracula, il voivoda di Valacchia passato alla storia come Tepes, l'Impalatore. I sette deliler (élite della cavalleria ottomana) non attraversano territori cristiani sottomessi all'Islam ma terre del loro impero sconvolte dall'orrore dell'oscuro principe. Nessun riferimento all'attacco del sultano Maometto II alla Valacchia del 1462, con le torme di cavalieri Akinci che saccheggiano e devastano; nessuna parola sulla riduzione in schiavitù di migliaia di rumeni inviati a Costantinopoli; non un accenno alla odiosa pratica del deshvirme che, in Albania e in altri territori dell'est Europa, costringeva i popoli sottomessi ad inviare i figli maschi ai turchi perché, ancora bambini, fossero addestrati come giannizzeri.
"Neo ottoman cool" Tra le seconde generazioni di immigrati che vivono e crescono in Europa, c'è grande attenzione per queste serie televisive, spesso acquistate da tv e piattaforme streaming occidentali e distribuite in inglese. Non che ci sia nulla di male: a differenza di noi italiani, associati dalla cultura pop internazionale al Padrino e ai Soprano's, per un giovane seconda generazione è più facile identificarsi in Barbarossa o in un Akinci, soprattutto quando non fai luce sul cono d'ombra delle imprese di Barbarossa e dei cavalieri Akinci...
"Neo ottoman cool" è una parole che fonde due concetti: cool, che nel gergo giovanile intende qualcosa che distingua e che sia fortemente ambita ed il genere cinematografico "neo-ottomano", ovvero revisionista della storia dell'impero turco. Fetih 1453, Direnis Karatay, Payitaht: Abdülhamid (L'ultimo imperatore) ne sono emblematici esempi.
Già, perché quei prodotti sono destinati sia al pubblico europeo e alla "diaspora" islamica, sia al mondo arabo. Mossa più diplomatica che cinematografica perché i rapporti tra arabi e turchi non sono idilliaci, prima di tutto per ragioni storiche: la Turchia è la grande nazione islamica che ambisce ad essere "guida" di tutto il mondo musulmano. Inoltre, Nord Africa e Medi oriente sono stati a lungo sottomessi agli ottomani per poi affrontare, in tempi più recenti, la pesante influenza di Ankara negli equilibri internazionali.
Avvicinare, quindi: unire i musulmani sotto una cultura condivisa e, forse, un po' anti-occidentale!
Il volto nascosto della convivenza Tra un Occidente che perde la bussola culturale e storica e una Turchia che sbanda verso il revisionismo, i prodotti televisivi orientali sembrano accrescere l'acredine delle nuove generazioni di immigrati e omogeneizzarli in una strategia di opposizione tra un mondo islamico dalle radici forti, chiare, eroiche e gli occidentali cristiani, decadenti e deboli. Mai alcuna serie racconta invece il senso di civile convivenza che, da secoli, unisce musulmani e cristiani in Libano, in Iraq e in Siria (prima della caduta di Assad): parte della stessa comunità nazionale, sovente vittime delle medesime persecuzioni (prima ottomane, poi dell'Isis), tra loro solidali e per nulla infastiditi dalla celebrazione delle reciproche festività. Gli stessi auguri rivolti alle comunità cristiane per il Santo Natale da Nasrallah, da al-Sisi, dall'emiro Mohamed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan ne sono esempio importante.
Il problema, dunque, non è che la Turchia racconti la propria storia, ma che la memoria diventi uno strumento di potenza, di guerra ibrida appunto, che trasformi le conquiste in epopee eroiche e rimuovendo le sofferenze dei popoli sottomessi. È qui che il neo ottoman cool può palesarsi da quale strumento di influenza geopolitica.
La risposta non può essere, tuttavia, una contrapposizione tra cristiani e musulmani. Perché la memoria storica non dovrebbe alimentare nuove divisioni, ma aiutarci a comprendere il passato senza diventarne prigionieri.
Una società che dimentica la propria storia diventa vulnerabile alla propaganda. Una società che dimentica quella degli altri rischia di perdere la capacità di convivere.