Una strada può essere messa fuori servizio. Si può cancellarne il numero dalle mappe, costruirle accanto autostrade che la rendano obsoleta. Si possono condannare all’oblio i motel, i distributori di benzina visti nelle malinconiche pitture di Edward Hopper, i villaggi sgangherati. Si può fare tutto, e di più, ma è impossibile abolire un mito.
La Route 66, che nel 2026 compie cent’anni, ne è l’esempio. Non esiste amministrativamente: dal 27 giugno 1985 è stata eliminata dalle highway, dopo che le Interstate ne avevano sostituito le funzioni. Restano lunghi tratti percorribili, diventati Historic Route 66.
Dalle polveri del Midwest all’asfalto del New Deal
Eppure – ancorché uccisa dal progresso – rimane la strada più famosa d’America, l’unica di cui basti pronunciare il numero per entrare in un mondo parallelo, ricco di storie, di paesaggi, di figure e figuri, di cieli e motori. Correva, la Route 66, per poco meno di 4.000 chilometri, da Chicago verso l’Ovest: Illinois, Missouri, una manciata di miglia nel Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona, infine California. Dalle acque del lago Michigan al Pacifico, tre fusi orari. Nacque nel 1926. Bisognava collegare il Midwest alla costa occidentale, far viaggiare merci e uomini. Non venne tracciata con un unico colpo di matita: la 66 inghiottì piste, strade rurali, pezzi del Pontiac Trail, dell’Ozark Trail e di altri itinerari. Il numero, diventato sigla immaginifica, nacque quasi per caso.
Il giornalista Claudio Castellacci, fine conoscitore delle cose americane, a lungo corrispondente da Los Angeles per patinati periodici italiani, nel libro Route 66. Cent’anni on the road 1926-2026 (appena uscito per Odoya) riproduce un telegramma del 30 aprile 1926. Cyrus Avery – uno dei padri dell’arteria – comunica al Bureau of public roads l’accordo raggiunto: «We will accept Sixty Six instead of Sixty». Ovvero, «Accettiamo Sessantasei invece di Sessanta». Nasceva un marchio, antesignano del marketing territoriale. Fu il New Deal del presidente Franklin Delano Roosevelt, negli anni Trenta, a trasformare la Route 66: migliaia di operai lavorarono alla pavimentazione, ai ponti, alle pendenze. Nel 1938 si poteva finalmente andare da Chicago al Pacifico quasi interamente su asfalto.
Non era tutto oro. In quegli anni migliaia di persone partirono in massa verso la California, e non per turismo. La Route 66 divenne la via dell’esodo per sfuggire alla siccità e trovare un angolo dove ripartire, dopo aver lasciato terre sfruttate allo stremo. John Steinbeck chiamò Mother Road, strada madre, la Route 66 percorsa dai profughi, su camion carichi all’inverosimile.
Ombre lungo la Mother Road: esodo e segregazione
È una protagonista del gran romanzo Furore, in seguito pure indimenticabile film di John Ford. I turisti che oggi ne percorrono tratti non dimentichino: la strada ha pure la miseria, la sofferenza, lo sfruttamento e la discriminazione nel proprio Dna. Negli suoi anni d’oro era ancora in vigore, in buona parte degli Stati Uniti, la segregazione razziale. Un automobilista di colore non poteva dare per scontato di trovare un motel, un fast food, perfino un distributore che gli rifornisse la vettura. Tanto è vero che dal 1936 il Negro Motorist Green Book indicava agli afroamericani i (rari) luoghi nei quali sostare senza correre rischi.
Poi venne la guerra. Il Southwest diventò area strategica e nel deserto del Mojave si addestrarono le forze corazzate di George Patton, il generale d’acciaio. La strada serviva, ancora una volta, a muovere l’America. Ma il tramonto si avvicinava.
Il presidente Dwight Eisenhower aveva visto l’efficienza delle Autobahn tedesche così, nel 1956, diede il via al colossale Interstate Highway System. Il progresso non fa sconti.
Il declino di Amboy e la nascita dell’iconografia pop
Una delle storie più belle raccontate da Castellacci è quella di Amboy. Nata a fine Ottocento come stazione ferroviaria, la Route 66 le aveva regalato una seconda vita. C’erano il Roy’s Motel & Cafe, il distributore, l’ufficio postale, case, officine. Quando l’Interstate 40 venne costruita poche miglia a Nord, il traffico sparì, e con esso Amboy. Nel 1989 la piccola città (bastardo posto, avrebbe cantato Guccini) venne venduta in blocco, come da noi si fa con i casali. La Route 66, sfondo cruciale di molti film (per esempio Easy Rider e Bagdad Café) ha pure la colonna sonora, composta nel 1946 da Bobby Troup: è Get Your Kicks on Route 66, resa celebre da Nat King Cole. Sui suoi chilometri d’asfalto è nato il gigantismo delle insegne stradali: enormi animali in vetroresina, torri storte, motel luminosi. Attrazioni, trappole per far sostare il viandante motorizzato, una sfilata di affascinanti orrori che per Gillo Dorfles sarebbero stati materia di attento studio.
Una strada carica di gloria ma diventata inutile, non poteva che trasformarsi in destinazione turistica. Un po’ come, fatte le differenze, il nostro cammino di Santiago. Associazioni hanno salvato vecchi tratti, stazioni di servizio, motel. Persino la ruggine ha valore, sulla Route 66. Che attira viaggiatori da tutto il mondo: americani, asiatici, europei. Singoli o in gruppi, nostalgici di un’epoca non vissuta.
Il rito del viaggio lento verso l’Oceano
Il centenario è un motivo in più per farsi un selfie sui rettilinei o sulle curve della 66. Settembre e l’autunno sono i periodi più piacevoli per affrontarla. La strada attraversa territori diversi perché si possa parlare di un unico clima: l’Illinois non è il Mojave, Flagstaff non è Amarillo. Ma dopo i picchi dell’estate – quando Arizona, California interna, New Mexico e Texas diventano fornaci – l’autunno permette di viaggiare con lentezza, abbandonandosi ai riti del turista (stavamo per scrivere pellegrino). Ossia fermarsi, uscire dai bordi, fotografare un’insegna, esplorare una cittadina abbandonata.
Nel New Mexico sopravvivono i neon di Tucumcari; ad Albuquerque la 66 attraversa la città lungo Central Avenue; in Arizona si incontra il vecchio West turistico (un po’ fasullo) di Oatman e si passa vicino ai paesaggi più spettacolari d’America. In California, la terra del latte e del miele, resta la corsa finale verso il Pacifico. Il punto esatto nel quale finisce la strada è oggetto di discussioni e reinvenzioni turistiche. Giusto così. Un percorso diventato leggenda non ha bisogno di precisione catastale, solcarlo significa perdere tempo, il lusso più grande che ci si possa permettere.