Per il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, il cosiddetto “campo largo” è solo e soltanto un’invenzione giornalistica. L’ex presidente del Consiglio, che sarà a Milano il 19 e il 20 settembre per chiudere la due giorni pentastellata dedicata alla stesura del programma del movimento, preferisce parlare di “campo progressista”. Per Giuseppi la prima è una «misura quantitativa di estensione», la seconda significa che «c’è un programma coerente, solido». Che al momento non c’è, ovviamente. Una sottile distinzione poetica, quella dell’ex premier, particolarmente azzeccata per decifrare quanto sta avvenendo attorno alla scesa in campo di Mario Calabresi, uscito definitivamente da Chora Media per entrare ufficialmente nell’agone della politica.

 

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Perché l’auto candidatura a sindaco di Milano dell’ex direttore di Stampa e Repubblica per il centrosinistra, al momento, offre una sola certezza: il presunto campo largo, quello che dovrebbe sostenerlo nella corsa per Palazzo Marino, è diventato una torre di Babele e di programmi non c’è nessuna traccia. Nemmeno dei fogli bianchi con la sola intestazione. C’è, quello sì, la totale dissonanza fra gli attori del centrosinistra, rimasti spiazzati dalla scelta di Mario. Partendo proprio dai 5 Stelle, in crescita nei sondaggi e in marcia su Milano con l’obiettivo di prendersi un posto in Consiglio comunale, salta fuori che Calabresi ha sì incontrato il coordinatore comunale del Movimento, Stefano Buffagni, ma non ha ottenuto il risultato sperato. I grillini, come spiega bene l’eurodeputato Gaetano Pedullà, uno dei pentastellati più vicini a Conte, per Milano pensano ad «un sindaco progressista vero. Di una sinistra che fa come le destre ne abbiamo piene le tasche». Uno scetticismo nei confronti di Calabresi, quello dei contiani, dettato da due ragioni: «non sappiamo nulla di cosa voglia fare, se non la sua storia personale», spiegano fonti interne al Movimento, e poi «dovrebbe proprio stupirci con effetti speciali». Ma più che da Calabresi i grillini si aspettano di essere stupiti dal Pd, «o perlomeno da quel pezzo di dem che fa corse in avanti e spinge Calabresi prima di completare il dialogo che era appena cominciato». Per ora, dunque, il M5S non ha un candidato. Quanto alle primarie «il fronte progressista non si interroga su questo», afferma Conte.

 

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All’evidente scetticismo, o logica diffidenza se preferite, dei 5 Stelle fa da controcanto l’assoluta adesione all’opzione Calabresi da parte di Azione, che si sente già in campagna elettorale. «Ho sempre pensato, e più volte dichiarato, che Mario Calabresi rappresenti un profilo eccellente per guidare Milano», ha detto nei giorni scorsi Daniele Nahum, interpretando il pensiero del leader, Carlo Calenda, «una figura autorevole, capace di unire in modo trasversale sensibilità diverse della città. Davanti a una disponibilità di questo livello», afferma il consigliere comunale di Azione, «è surreale impuntarsi sulle primarie, che sono nei fatti solo un regolamento di conti interno al Pd». Semmai dovesse andar la partita per il Comune, Calabresi può sempre puntare ad un posto in parlamento con Azione. C’è sempre una via d’uscita...

Anche i “cugini” di Italia Viva, guidati a Milano dal senatore Ivan Scalfarotto, hanno incontrato Mario, ma non certo con l’intenzione di voler mettere il cappello sulla sua candidatura. «Trovo che Calabresi sia un eccellente profilo», spiega a Libero l’esponente renziano, ma «non fare le primarie, a Milano, è impossibile. Come si fa, in una città che ha scelto gli ultimi due sindaci con delle primarie di grandissimo successo, con un’enorme partecipazione, a dire che questa volta decidono i partiti nel chiuso di una stanza?». In effetti è assai difficile, come sa bene il destinatario del messaggio in bottiglia di Scalfarotto. «Nel caso in cui ci sia un sindaco che rappresenta tutte le sensibilità le primarie sarebbero davvero superflue», ha detto il capogruppo del Pd al Senato, Francesco Boccia, aprendo la festa de L’Unità di Milano.

Ma se «non dovesse essere così, fissiamo i punti del programma condivisi da tutti», ha sottolineato l’esponente dem e poi «si faranno le primarie e chi vincerà non farà di testa sua, ma rappresenterà tutti». Quel «tutti», al momento, è un mistero visto che anche Avs, ad oggi, punta a presentare un suo nome (la Cossutta?) e chiede il doppio turno per poter convergere in seconda battuta. Un bel campo largo sì...

«Conto che entro la settimana prossima ci sia il nome per il candidato sindaco del centrodestra», che correrà alle elezioni comunali di Milano del 2027. L’ottimismo del leader della Lega, Matteo Salvini, non sarebbe figlio dell’effetto Pontida (il 20 è i programma il raduno leghista), ma il risultato dell’incontro con gli altri leader nazionali e locali della coalizione. Quanto al nome il vice premier è stato netto. Il giornalista, Giovanni Terzi, oltre che «un amico», è «una persona molto valida». «È stato un ottimo amministratore comunale, ero in comune insieme a lui», rimarca il numero uno del Carroccio, «è uno dei nomi che sicuramente potrebbero rilanciare Milano insieme a qualcun altro». «Ce ne sono di profili a cui io farei fare il sindaco di Milano», afferma Salvini, riferendosi al leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, e all’ex presidente di Assolombarda, Alessandro Spada, «meglio di quanto non lo stia facendo Sala, che non sta facendo bene e non sta facendo il sindaco. Ha in testa altro, probabilmente è libero di farlo, però Milano è una città che va curata 24 ore su 24, 365 giorni all’anno».

Quanto alla candidatura di Mario Calabresi, sceso ufficialmente in campo, Salvini sostiene di non aver «elementi per giudicare», ma immagina che il centrosinistra «farà le primarie, immagino che il candidato non lo sceglierà qualche segreteria di partito». Al vice premier sarebbe piaciuto che anche il centrodestra utilizzasse questo metodo di scelta, «ma non posso costringere gli alleati a fare quello che non vogliono».

È polemica, invece, con il candidato di Futuro Nazionale, Carmelo Burgio, «sicuramente può piacere ai cittadini di Anzio, visto che è di Anzio. Noi scegliamo per Milano qualcuno di Milano, mi sembra quasi normale che sappia dov'è Rogoredo, Corvetto, Bovisa, Niguarda e Gallaratese».

Secca la replica del vannacciano. «Rassicuro il ministro Salvini: non solo conosco benissimo dove si trovano Rogoredo, Corvetto, Bovisa, Niguarda o Gallaratese», afferma Burgio, «ma conosco soprattutto l’ansia e il senso di abbandono che provano le famiglie e i commercianti di quei quartieri quando scende la sera. Milano è una grande metropoli internazionale che non chiede il certificato di residenza o di nascita a chi vuole servirla: chiede soluzioni concrete, competenza e visione. Ridurre il futuro della nostra città a una questione di anagrafe o a rivendicazioni di piccolo cabotaggio politico significa non cogliere la gravità dei problemi che i milanesi affrontano ogni giorno, a partire dalla sicurezza e dal degrado». «Vivere Milano ogni giorno», ribatte Samuele Piscina, segretario provinciale della Lega e consigliere comunale di Milano, «confrontandosi con le difficoltà dei suoi residenti e commercianti, è ben diverso dal raccontarla per sentito dire, magari godendosi i pascoli di Tirano o il mare di Anzio. Qui a Milano non abbiamo né il mare né la montagna: abbiamo invece tanti problemi reali, complessi e quotidiani da affrontare con serietà, radicamento e visione».