A una settimana esatta dal termine per il deposito delle candidature, con tutti i possibili concorrenti impegnati a rimediare una tessera da affiliati Figc per evitarsi rogne successive (Malagò con il solito Aniene e Galliani presso l’Enotria), l’unica certezza è che la seconda campagna elettorale dopo i fatti di Zenica e l’addio di Gravina si sta trasformando in una guerra di trincea tra schieramenti. E che la Serie A, che aspira ad essere locomotiva del movimento e a giugno lo è stata, si è spaccata in maniera verticale perdendo in un colpo solo credibilità e forza.

Dietro a tutto e a tutti, la figura di Beppe Marotta. Del calcio italiano è certamente il dirigente più esperto e potente, uno dei pochi – forse l’unico – capace di farsi carico di indicare una strada e farsi seguire dagli altri. Ruolo che lo ha reso centrale nella scelta di Giovanni Malagò cinque mesi fa, nel compattare attorno a lui la quasi totalità dei club del massimo campionato (19 su 20, fuori solo Lotito) e nel difendere così la Figc dall’assalto di chi da fuori puntava al commissariamento.

Marotta ha vinto allora e non si capisce bene perché adesso abbia cambiato idea. Lo raccontano e si fa raccontare come il sarto che dietro le quinte disfa la tela di Malagò per costruire quella di Adriano Galliani, anni 82 e un passato ‘da Marotta’ nel senso che a fine degli anni Novanta e inizio degli anni Duemila è stato quello che oggi è il suo successore e collega presidente dell’Inter.

La domanda è: perché? E cosa ci guadagna Marotta, posto che al calcio italiano l’ennesima spaccature tra bande può solo portare cose pessime sia in termini concreti che di immagine? E’ davvero sufficiente essersi legati al dito il fatto che Malagò da numero uno della Figc abbia cominciato a lavorare alla Malagò, indipendente e decisionista, con un piano di intervento chiaro in testa che non prevede necessariamente il coinvolgimento delle componenti se non dove necessario?

Davvero a Marotta è bastata la scelta di Mancini come ct al posto di Conte, o quella della capodelegazione Bianchedi oppure di Ranieri presidente di Casa Italia per buttare tutto all’aria e cambiare candidato e uomo di fiducia? Si parla di Giovanni Malagò, che potrà anche non piacere nei modi ma che da capo dello sport italiano ha regalato al Paese il decennio più bello della sua storia. Insomma, un fuoriclasse pure lui e nemmeno così vecchio da far passare per bollito.

I greci usano il termine ὕβρις che significa tracotanza, orgoglio eccessivo e negazione a se stessi di un limite. Ecco, è il pericolo che corre Marotta infilandosi in questa nuova impresa da Richelieu del pallone, regista senza il cui consenso non si muove una foglia. Un errore di forma e di sostanza perché lo espone alla critica di chi mal sopporta la sua tendenza al comando e perché, se Galliani alla fine sarà eletto per questo breve (due anni) mandato difficilmente si potrà affrancare dall’immagine dell’uomo messo lì per svolgere un tema scritto da altri. Anzi, da un altro.

Sostanza e forma, compresa la battaglia intorno al nome di Giancarlo Viglione, capo legislativo della Federcalcio in odore di prendere il posto dell’uscente Brunelli nel ruolo di segretario generale. Viglione è uscito pulito dagli schizzi di fango dell’inchiesta Arbitropoli, intercettazioni vuote di significato ma benzina sul fuoco del suo tifo interista. Per tutti è l’uomo di Marotta per eccellenza. Non è così, ma legare le proprie scelte anche a questo giro di poltrone senza prenderne le distanze non aiuta di certo a svelenire l’ambiente.