La notizia è arrivata all’improvviso e, per qualche ora, ha fatto pensare a qualcosa di molto più grave. Scott McTominay, centrocampista del Napoli e della nazionale scozzese, dovrà fermarsi per sottoporsi a un intervento al cuore. Il comunicato della società, però, è stato chiaro: si tratta di una “lieve aritmia benigna”, che sarà corretta con una procedura di ablazione mediante PFA, cioè Pulsed Field Ablation. Il giocatore dovrebbe tornare disponibile dopo la pausa per le nazionali.

La parola “cuore” associata a un calciatore professionista basta a evocare scenari inquietanti. Ma un’aritmia non è necessariamente una malattia cardiaca grave e, soprattutto, il termine indica un insieme molto ampio di disturbi. In senso generale, significa che il ritmo del cuore è alterato, perché il battito può diventare troppo rapido, troppo lento oppure irregolare. La gravità dipende dal tipo di aritmia, dalla presenza o meno di una malattia strutturale del cuore e dai sintomi che provoca.

Nel caso di McTominay, il Napoli non ha specificato pubblicamente quale sia l’aritmia diagnosticata. È dunque importante non trasformare in una diagnosi certa ciò che, sulla base delle informazioni disponibili, può essere soltanto un’ipotesi. La presenza di un’aritmia inoltre non significa che il muscolo cardiaco sia malato: il problema è soprattutto elettrico. È proprio questo il motivo per cui un’aritmia definita benigna può comunque diventare un problema serio per chi gioca a calcio ai massimi livelli. Un cuore che durante uno sforzo deve garantire un flusso di sangue adeguato a tutti i muscoli può trovarsi improvvisamente a battere a una frequenza molto elevata. E quando il ritmo diventa troppo rapido, il cuore ha meno tempo per riempirsi tra un battito e l’altro. Il risultato può essere una riduzione della capacità di sostenere lo sforzo, con palpitazioni, debolezza, capogiri e, nei casi più importanti, perdita di coscienza.

Il circuito elettrico che fa correre il cuore

A spiegare che cosa può succedere è Giuseppe Musumeci, direttore del reparto di Cardiologia dell’Azienda Ospedaliera Mauriziano di Torino.

«L’aritmia di McTominay è un’aritmia atriale, quindi riguarda la parte alta del cuore, ed è di tipo ipercinetico: il cuore accelera rispetto alla normalità. Verosimilmente si tratta di una tachicardia atriale, cioè non sinusale, non originata dal normale centro elettrico del cuore, il nodo del seno. È generalmente un’aritmia benigna, dovuta alla presenza di una via elettrica accessoria che consente agli impulsi di raggiungere i ventricoli più rapidamente. In un atleta può comparire durante uno sforzo intenso: il cuore può arrivare a 150, 180 o anche 200 battiti al minuto, con una conseguente riduzione della performance.

La pressione può abbassarsi, ci si può sentire deboli e, nei casi più importanti, si può arrivare anche allo svenimento. Per questo, soprattutto in chi pratica sport agonistico, si interviene con un’ablazione, eliminando la via elettrica accessoria responsabile dell’aritmia. È una procedura relativamente semplice, eseguita per via venosa con il paziente sveglio, che generalmente richiede un paio di giorni di degenza e consente di tornare alle normali attività nel giro di una settimana. È un trattamento particolarmente importante per categorie come calciatori, atleti agonisti, piloti e autisti, per le quali anche episodi occasionali di tachicardia possono avere conseguenze sulla performance e sulla sicurezza.

Un caso storico è quello di Franco Fava, fondista e olimpionico alle Olimpiadi del 1972, che per le sue improvvise tachicardie veniva soprannominato “cuore matto”. Nel suo caso però si trattava di una tachicardia parossistica sopraventricolare. Negli anni Settanta l’ablazione non era ancora disponibile: si potevano soltanto registrare gli episodi e questo finì per limitare le sue prestazioni, nonostante sia stato un grande atleta».

Il meccanismo descritto dal cardiologo riguarda il sistema elettrico del cuore. Ogni battito nasce da un impulso che normalmente parte dal nodo del seno e attraversa il cuore secondo un percorso preciso. In presenza di una via accessoria, invece, l’impulso può trovare un percorso alternativo e innescare un circuito capace di accelerare bruscamente il ritmo.

L’ablazione per correggere il ritmo

L’ablazione cardiaca non è un intervento a cuore aperto. Il cardiologo introduce un catetere attraverso un vaso sanguigno e lo guida fino al cuore per individuare il punto responsabile dell’aritmia. Una volta identificato il circuito anomalo, interviene sul tessuto che lo genera. Nel caso di McTominay è stata indicata la PFA, Pulsed Field Ablation, una tecnologia che utilizza brevi impulsi elettrici per modificare il tessuto bersaglio. Si tratta di una tecnica che si è affiancata alle modalità di ablazione più tradizionali, come la radiofrequenza e la crioablazione.

Per le tachicardie sopraventricolari da rientro, nei pazienti sintomatici, l’ablazione transcatetere è una terapia molto efficace e può essere risolutiva. Le linee guida della European Society of Cardiology la considerano una delle principali opzioni terapeutiche in queste condizioni. Il caso di McTominay va quindi letto senza allarmismi ma anche senza sottovalutazioni. Il fatto che il Napoli abbia parlato di una lieve aritmia benigna è un elemento rassicurante; il ricorso all’ablazione indica invece la volontà di correggere il disturbo e consentire al calciatore di tornare alla piena attività agonistica.

Per quanto riguarda i tempi di recupero, sono generalmente molto rapidi. Dopo un’ablazione transcatetere si ritorna alla vita in tutto e per tutto normale nell’arco di pochi giorni, ma per un calciatore ovviamente il ritorno in campo deve essere graduale. Probabilmente McTominay potrà tornare ad allenarsi gradualmente già dopo una settimana, per poi eseguire controlli tipo Holter, ecocardiogramma e test da sforzo. Per gli sportivi agonisti il ritorno alla piena attività può richiedere circa 2-4 settimane.