All’alba del 4 agosto un dipendente dell’aeroporto di Lipsia-Halle ha visto un drone sull’asfalto. Dentro c’erano esplosivo militare e un detonatore difettoso. Il velivolo aveva urtato l’ala di un cargo Antonov ucraino, dove stanno i serbatoi. Secondo Arndt Freytag von Loringhoven, già vicedirettore del Bnd, l’intelligence estera tedesca, era Semtex militare, l’esplosivo plastico della strage di Lockerbie: a tanto, ha detto al Washington Post, non si era mai arrivati.

Ieri, 28 giorni dopo, il governo tedesco ha detto chi è stato. In conferenza stampa i ministri Alexander Dobrindt, all’Interno, e Johann Wadephul, agli Esteri, hanno spiegato che configurazione del drone, componenti, innesco ed esplosivo sono noti da altre operazioni russe, che a eseguire l’attentato sono stati agenti di basso livello reclutati su internet, e che le tracce dei mandanti portano in Russia. Poi la rappresaglia: il consolato russo di Bonn, l’ultimo rimasto in Germania, chiuderà il 18 settembre, così come un centro culturale russo di Berlino che fungerebbe da centro di intelligence, i controlli sui russi in ingresso si stringeranno, aumenterà la pressione sulla flotta ombra. A Mosca tremano: il Cremlino ha fatto sapere che risponderà «a qualunque azione anti-russa».

 

 

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Dobrindt ha detto anche la cosa più importante: la Germania «non è in guerra», è soltanto bersaglio quotidiano di una guerra ibrida. Non è una constatazione, è una decisione. Il trattato atlantico non parla di guerra ma di attacco armato, e l’articolo 6 copre quel che accade sul territorio di un alleato: non conta cioè che l’aereo fosse ucraino, conta l’asfalto tedesco. L’art. 5 poi non obbliga nessuno a combattere, impegna ciascuno all’azione «che giudica necessaria», e la soglia sta dove 32 governi decidono che stia. Berlino ha deciso che non stava lì, e nemmeno ha chiesto le consultazioni previste dall’art. 4.

L’annuncio è arrivato in una giornata, oramai, come tante. Alle 3.11 gli estoni hanno diramato l’allarme aereo su otto contee e i caccia turchi Nato si sono alzati dietro a droni entrati dal confine lettone. Alle 8, a una sottostazione elettrica in Brandeburgo, la polizia ha trovato ordigni artigianali inesplosi e danni a una linea. A Wicklow, in Irlanda, i ministri della Difesa europei finivano la riunione e arrivavano quelli degli Esteri, che oggi discutono nuove sanzioni. Mark Rutte e Ursula von der Leyen hanno chiamato Friedrich Merz, e Giorgia Meloni ha scritto su X che «la sicurezza dei nostri Alleati è la sicurezza di tutti noi». Chiudere un consolato e sfrattare un centro culturale, contro chi ti mette l’esplosivo sotto l’ala di un aereo, sembra poco, ed è quasi tutto quel che resta alla diplomazia: gli altri quattro consolati russi Berlino li aveva già fatti chiudere nel 2023.

 

 

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Per un mese Merz ha temporeggiato promettendo che i responsabili dell’attentato a Lipsia avrebbero pagato senza dire chi fossero. Un silenzio che, secondo Freytag von Loringhoven, i russi hanno già letto come prova che l’operazione non costa niente. Berlino, d’altronde, può permettersi soltanto prudenza. Se il gas non è più un'arma - via tubo non ne arriva dall’estate del 2022 e i gasdotti dell’ex cancelliere Gerhard Schröder, mediatore prediletto del Cremlino, giacciono in fondo al Baltico e da giugno Bruxelles ne vieta anche i contratti brevi - il petrolio, invece, lo è ancora. La raffineria Pck di Schwedt, che fa il 90% dei carburanti consumati nell’area di Berlino e del Brandeburgo, è ancora per il 54% della russa Rosneft, quota che dal 2022 lo Stato ha sequestrato ma non ha nazionalizzato; il 1° maggio Mosca ha chiuso il transito del greggio kazako che ne copriva il 17% del fabbisogno, adducendo ragioni tecniche. E sotto la superficie il legame non si è mai spezzato: in Russia restano circa 1.600 imprese tedesche, fra cui Metro, Globus e Ritter Sport, e in un sondaggio della camera di commercio bilaterale il 75% si dice soddisfatto di come vanno gli affari. Le esportazioni tedesche verso il Kirghizistan, crocevia delle triangolazioni, sono cresciute del 1361%, secondo l’ufficio federale di statistica. A giugno una delegazione di imprenditori tedeschi è tornata al forum di San Pietroburgo: in Russia, ha detto il presidente della Camera Schepp, ci sono cento miliardi di asset tedeschi da proteggere.

Domenica si vota in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD è data oltre il 40% e la Cdu poco sopra il 22%, e per la prima volta un Land potrebbe andare a un partito la cui leader, Alice Weidel, chiede di tornare a comprare petrolio e gas russi, perché «l’energia a basso costo dalla Russia era il segreto del successo del Made in Germany». Il 18 settembre, a Bonn, si abbassa una saracinesca. Il 6 settembre, a Magdeburgo, si aprono le urne. Mosca sa quale delle due date la riguarda.

 

 

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