Altro che disagio giovanile, dietro i saccheggi e le violenze di Milano c’era e c’è un progetto politico di matrice islamica per destabilizzare l’Italia. Lo ha ideato e messo in pratica un immigrato marocchino di seconda generazione, il trentenne Youssef Siher, non un disadattato bensì ricercatore e giornalista già collaboratore del Fatto Quotidiano ben introdotto nella sinistra milanese.

Lo ha fermato ieri mattina la polizia, mentre stava organizzando i disordini di giornata, con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata. Il curriculum di Siher parla chiaro: la strage di Hamas del 7 ottobre è stato «un atto di liberazione» e «l’Islam deve sostituire il socialismo nella liberazione dei popoli dall’imperialismo». Attenzione: non è un pazzo e neppure un cane sciolto. È un estremista islamico con rapporti radicati nella politica e nell’informazione anti-occidentale e ostile al governo guidato da Giorgia Meloni.

In altre parole con degli utili idioti che nella migliore delle ipotesi sono talmente fessi da non accorgersi che avevano a che fare con un potenziale terrorista. E qui viene il problema, che non è tanto Siher quanto il Siher che è in loro.

Se il primo infatti può essere, come accaduto ieri, individuato e fermato, i secondi aimè sono liberi di scorrazzare, pontificare dalle colonne dei loro giornali e pure si candidano a guidare il Paese. Da oggi Siher deve diventare un monito, ben rappresenta l’imbroglio della narrazione di una Italia razzista e irriconoscente: abbiamo accolto i suoi genitori, gli abbiamo permesso di crescere tutelato e libero ma niente, lui ha usato la sua libertà per provare a toglierla a noi. Un cretino, certamente, ma più cretini quelli che gli hanno dato spago e credibilità.