I lavoratori bengalesi di religione islamica che vivono a Venezia - una comunità di circa quarantamila persone tra la laguna e Mestrehanno proclamato uno sciopero: «Se non ci consentiranno di costruire una moschea - affermano in un comunicato - siamo pronti a incrociare le braccia e a scendere in piazza», cosa che certamente procurerebbe non pochi disagi nel settore del turismo e nelle fabbriche in cui sono occupati. La questione non è di oggi: la costruzione di una maxi moschea era stata anche al centro della recente campagna elettorale per l’elezione del nuovo sindaco. La sinistra, favorevole al via libera, aveva addirittura messo in lista sette candidati bengalesi per meglio sostenere la causa ma il centrodestra contrario alla moschea vinse a sorpresa le elezioni addirittura al primo turno e ora tiene il punto.

A memoria questo potrebbe essere il primo “sciopero islamico” della storia italiana e creare un importante precedente. Nulla da eccepire sul diritto di questi lavoratori, i sindacati italiani hanno proclamato agitazioni altrettanto bizzarre ed estranee al mondo del lavoro. Il nodo è un altro: è giusto e possibile appellarsi ai diritti e alle libertà dell’Occidente che l’Italia ha fatto suoi senza avere l’obbligo di rispettarli nella loro interezza?

In altre parole: ci si può appellare al diritto di sciopero senza applicare il dovere di rispettare i diritti di parità in tutti i campi delle donne, senza condannare pubblicamente l’estremismo islamico, senza appellarsi alle “diversità culturali” per aggirare leggi e norme, comprese quelle che stabiliscono come deve essere e come deve funzionare un luogo di culto? Mi auguro che sia chiara una cosa: il cittadino che non rispetta i suoi doveri non può rivendicare alcun diritto, e questo deve valere anche per la comunità islamica.