La tragedia sfiorata all’Istituto Comprensivo “Giovanni Verga”, dove un alunno 13enne ha accoltellato l’insegnante riprendendo la scena in live, non può essere derubricata a semplice fatto di violenza o di cronaca nera.

Ancor di più perché mercoledì, a Lamezia Terme, un episodio pressoché identico, con protagonista un 14enne, è stato sventato poco prima che potesse essere messo in atto.

Appare dunque evidente che ci troviamo di fronte ad un fenomeno grave, che per essere efficacemente combattuto deve prima essere indagato e compreso. Proprio tenendo questo a mente, Panorama ha intervistato il Dottore Luca Dinatale, psicoterapeuta dell’età evolutiva nonché criminologo e Giudice Onorario presso il Tribunale per i minorenni di Milano.

Dottore, appare ormai chiaro il ruolo centrale assunto dalla tecnologia in questi casi di cronaca nera, il suo uso spasmodico quali effetti sta avendo sui ragazzi in età di sviluppo? 

La tecnologia non crea di per sé la violenza, sicuramente però ha modificato il contesto nel quale un adolescente costruisce la propria identità.

Lo sguardo altrui è fondamentale, in questa fase storica quello sguardo è anche facilitato dalla tecnologia e potenzialmente continuo e smisurato. Il rischio è anche che il disagio, il bisogno di rivalsa o la rabbia trovino online non solo uno spazio in cui venire espressi, ma un pubblico, una platea, insieme anche a dei modelli a cui ispirarsi.

Non parlerei di un rapporto causale tra tecnologia, social e violenza; la tecnologia può però diventare un potente amplificatore di fragilità presenti.

Quando un atto violento viene compiuto per essere visto, quanto conta la presenza (reale o solo immaginata) di un pubblico? Che funzione ha il gruppo, anche quello online?

La presenza di un pubblico conta moltissimo, l’adolescenza è un periodo in cui si cerca di rispondere a domande che riguardano il modo in cui gli altri ti vedono, chi sei tu per gli altri. L’anonimato è vissuto sicuramente come un’esperienza profondissimamente mortificante per l’adolescente

In alcuni ragazzi vulnerabili l’atto estremo violento può assumere una funzione identitaria e di performance. ‘Attraverso questo gesto divento finalmente qualcuno’, ‘vengo visto, produco e lascio una traccia’.

Il gruppo online funziona come una platea permanente, come un luogo nel quale le fantasie che individualmente avrebbero potuto rimanere ideazione vengono poi riconosciute, condivise e persino radicalizzate.

Quanto pesano i meccanismi di ‘emulazione’ e ‘copycat’? In che misura la spettacolarizzazione di questi casi può diventare un modello per altri adolescenti fragili?

Questi sono concetti molto importanti, si tratta di un fenomeno conosciutissimo, in particolare nella letteratura relativa alle stragi scolastiche. Ci sono moltissimi casi, come quello di Columbine [tragica strage consumatasi nell’omonima scuola il 20 aprile 1999 negli Stati Uniti, ndr] o quella commessa da Anders Breivik in Norvegia.

Sono casi che mostravano una dimensione molto “performativa”, nell’accezione di “esibizione”, gli autori avevano costruito immagini, registrazioni, destinati a sopravvivere all’atto, e così è stato.

Questo è molto importante, perché molti adolescenti non imitano il singolo gesto, ma è come se si appropriassero del copione: il modo di vestirsi, le parole, la preparazione, la ricerca della notorietà.

Spettacolarizzare un atto di violenza può dare una forma e una narrativa a un disagio che fino a quel momento lì non l’aveva.

Il Dottore Luca Dinatale

Il problema della Tecnica sta forse nella sua “neutralità”? L’assunto di base è: “se puoi farlo, fallo”, indipendentemente dalle conseguenze?

Non credo che la tecnologia renda completamente neutrale l’esperienza emotiva della visione di quello che si guarda. Sicuramente, però, c’è una distanza crescente tra le possibilità offerte dalla tecnologia e la capacità di mentalizzarne le conseguenze. Anche, in una certa misura, per la natura del mezzo stesso.

Questo va intrecciato poi con la fase evolutiva in cui si trova un adolescente, che è impegnato nella costruzione della capacità di autoregolazione, nell’assunzione di responsabilità, nel prevedere le conseguenze del proprio comportamento.

La tecnologia rende molto esperienze accessibili, attutite, per certi versi, dal punto di vista emotivo. Rende molte azioni replicabili e visibili a molti.

In questo senso il compito educativo deve essere anche quello di introdurre uno spazio tra possibilità e azioni: io posso fare una determinata azione, ma che conseguenze può produrre su di me e sugli altri?

Questo è un lavoro fondamentale per qualunque adolescente, in particolare per un adolescente che sta crescendo in questa fase storica nella quale la tecnologia parla di modelli di realizzazione che ti richiamano all’idea che “se vuoi, puoi”.  

Tornando alla cronaca recente, come si distingue un’aggressione impulsiva da un’azione premeditata e performativa? Quali segnali avrebbero dovuto allarmare?

Retrospettivamente è sempre più facile costruire una sequenza che sembra inevitabile. I singoli segnali spesso sono aspecifici, non sono così precisi da far immaginare un legame causale così nitido e pulito come gli atti di Roma.

Un gesto impulsivo di violenza nasce nell’immediatezza di un’escalation emotiva. In un gesto premeditato c’è una preparazione, ci sono delle anticipazioni mentali, si scelgono gli strumenti…

Qui c’è anche l’aspetto della performance da tenere in considerazione, una rappresentazione del pubblico a cui il gesto deve arrivare. Potevano esserci dei segnali, mi sembra che delle comunicazioni fossero state date, riuscire ad associarle poi al gesto che è stato compiuto mi sembra piuttosto complicato.

Va sottolineato però che solitamente questi ragazzi delle difficoltà le manifestano: si tratta quindi di cogliere queste difficoltà prima che nella mente prenda forma un progetto radicale e distruttivo.

Ad esempio?

Solitamente c’è una convergenza di segnali, c’è un isolamento, la rottura con l’ambiente formativo, percezioni persecutorie, paranoiche o un senso di umiliazione, spesso c’è la fascinazione per precedenti autori di stragi.

Il tutto può accompagnarsi a dei cambiamenti emotivi che possono essere colti e a una vita virtuale che diventa il luogo permanente nel quale un ragazzo costruisce la sua identità e, come nel caso di Roma, il senso di appartenenza a delle comunità radicalizzate.