Se mai dovesse tornare in Marocco, Youssef Siher rischierebbe dai dieci ai vent’anni di galera. Per l’Italia, di cui è cittadino, il trentenne indagato dalla Procura di Milano è un fastidioso agitatore di piazze e si sta indagando sui suoi legami con realtà più pericolose. A Rabat, invece, interessavano i suoi scritti, dove accusava Re Mohammed VI e il Makhzen, che dipinge come «l’apparato di potere che ruota attorno al Palazzo reale, ai servizi di sicurezza e alle élite economiche, in breve, l’oligarchia che si impone governando sul Paese» di aver rubato il futuro ai giovani, rispondendo alle proteste con il carcere. Più o meno è quello che dice anche dell’Italia in altri suoi proclami. Solo che, sulla sponda meridionale del Mediterraneo, la prassi riservata agli oppositori politici differisce alquanto. Lo sa bene l'autore dell’articolo Ceuta, ovvero il Marocco oltre la propaganda del Makhzen, comparso su Substack il 31 luglio scorso, che peraltro non si presenta come un maranza qualsiasi, controllabile dalle autorità del Paese d'origine dei suoi genitori. Anche coloro che hanno il doppio passaporto e vivono nella Penisola devono stare attenti a quello che fanno o che non fanno, perché sul loro capo pende sempre una spada di Damocle: una volta tornati nella terra d’origine sono considerati marocchini e soggetti alle leggi del Regno. Meglio sposare la causa nazionalista e rendersene docili strumenti. Anche all’estero si può servire la patria.

 

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LA PRESENZA IN ITALIA
In Italia, all’ombra della Grande Moschea di Roma e del Centro Culturale Islamico, si è costituita da un decennio la Confederazione islamica, di filiazione marocchina e alternativa all’Ucoii, che opera per l’intesa fra Stato e Islam. Sullo sfondo, c’è la questione del Sahara occidentale, formalmente ancora dominio spagnolo, conteso fra Marocco e Algeria e chiave del ricatto delle strutture d’intelligence di Rabat nei confronti di Spagna, Francia e anche Italia. Lo sperimenta a sue spese il premier spagnolo Pedro Sanchez dopo la visita ad Algeri del 20 luglio scorso. Il 30 e il 31 luglio avviene l’invasione di 70mila clandestini dal Marocco a Ceuta. A quel punto Sanchez fa marcia indietro e apre una crisi diplomatica con l’Algeria, sospendendo a data da destinarsi la riunione di alto livello in agenda per il 20 ottobre e rinviando il vertice bilaterale previsto a Madrid con il presidente algerino Abdelmjid Tebboune. El Paìs sostiene che, dopo la crisi migratoria, Madrid ha dovuto gestire con cautela i rapporti con Rabat per quanto riguarda la cooperazione sul controllo delle frontiere e i rimpatri. Tenere il vertice con l’Algeria subito dopo la visita dei sovrani spagnoli il 13 e 14 ottobre a Ceuta e Melilla - che Sanchez ha ostacolato - sarebbe stato percepito quindi come un “doppio dispetto” a Rabat.

 

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SEGNALI DALLA DIASPORA
Purtroppo, se sostenessero le rivendicazioni territoriali del Marocco, le Nazioni che si riforniscono di gas dall’Algeria, che sostiene gli indipendentisti Saharawi, rischierebbero di vedersi chiudere i rubinetti. Perciò l’Italia, nelle dichiarazioni congiunte, in occasione dell’incontro bilaterale nel 2025 e della visita del presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel marzo scorso ad Algeri, ha evitato di menzionare esplicitamente l’autodeterminazione del popolo saharawi, privilegiando formule generiche. Anche se gli Stati Uniti, sia con la prima che con la seconda amministrazione Trump, hanno preso decisamente posizione a favore del Piano di Autonomia marocchino. Sul territorio italiano, intanto, le seconde e terze generazioni della diaspora marocchina mandano un segnale a Palazzo Chigi, spaccando vetrine e incendiando cassonetti quando parte l’ordine. Chi decide di uscire dai ranghi, come Youssef Siher, invece si mette fuori dal perimetro dell’obbedienza, benché non da quello della sorveglianza. E può essere accaduto che siano stati proprio i suoi connazionali a rivelare il suo nome, per punirlo del tradimento.