Le elezioni di metà mandato si avvicinano. E una domanda continua ad aleggiare: riprenderà la guerra tra Stati Uniti e Iran dopo il voto? Al netto delle minacce formulate da Donald Trump, sembrerebbe che la sua amministrazione stia in realtà tentando nuovamente la carta diplomatica.

Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, JD Vance ha infatti inviato una lettera al segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza nazionale iraniano, Mohsen Rezaei. Una missiva che, inoltrata su indicazione dello stesso presidente statunitense, non conterrebbe proposte di pace ma un possibile quadro di riferimento all’interno di cui inserire eventualmente le nuove trattative.

In particolare, l’idea sarebbe quella di impostare i negoziati sul principio pragmatico dei rispettivi interessi nazionali: gli Stati Uniti vogliono evitare che Teheran si doti dell’atomica, mentre l’Iran ha bisogno della revoca delle sanzioni, oltre che dello scongelamento dei suoi asset bloccati all’estero.

Perché ora Trump cerca la diplomazia con l’Iran

L’iniziativa statunitense è significativa. Rezaei è infatti un esponente della fazione iraniana che ha finora spinto per la linea dura nei confronti di Washington. Vanta, non a caso, storici legami con i pasdaran: un corpo che si è notoriamente sempre opposto alla strategia del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, il quale, preoccupato per la situazione economica disastrosa in cui versa la Repubblica islamica, è invece un fautore del rilancio dei negoziati con la Casa Bianca.

Il fatto che Vance abbia quindi scritto a Rezaei dimostra come Washington punti a far breccia nella fazione oltranzista, avendo capito che tutti i risultati diplomatici raggiunti con la squadra di Pezeshkian sono stati fatti deragliare proprio dalle Guardie della rivoluzione islamica.

All’interno dell’amministrazione americana, Vance è notoriamente la figura più scettica nei confronti del conflitto iraniano. Non a caso, negli scorsi mesi, ha sempre cercato di lavorare per la diplomazia: fu del resto lui a negoziare il memorandum d’intesa d’Islamabad, sottoscritto a giugno tra Washington e Teheran.

Di contro, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è più vicino alle posizioni battagliere di Netanyahu e auspica quindi la linea dura nei confronti della Repubblica islamica. Trump, al momento, resta più incline alla diplomazia. Non è riuscito a chiudere il conflitto in tempo utile per far abbassare il costo dell’energia prima delle Midterm del 3 novembre. Tuttavia spera ancora di intestarsi la risoluzione della crisi, per diminuire le turbolenze geopolitiche nel corso dei suoi ultimi due anni di mandato.

Il punto di vista di Teheran

Dall’altra parte, anche i pasdaran scontano alcune difficoltà. La loro strategia finora è stata quella di alimentare la tensione negli stretti per mantenere alto il prezzo del greggio e danneggiare così il Partito repubblicano statunitense in vista delle elezioni di martedì prossimo.

Effettivamente il costo del carburante, negli Usa, è rimasto elevato a ormai pochi giorni dal voto. E, se il Grand Old Party dovesse perdere il controllo dell’intero Congresso, i pasdaran potrebbero cantare vittoria. Al contempo, però, devono fare attenzione. La loro linea ha inasprito la crisi economica in cui versa la Repubblica islamica.

In secondo luogo, il fatto che abbiano tenuto alta la tensione negli stretti ha irritato Paesi non certo ostili all’Iran, come il Pakistan e la Turchia.

La strategia delle Guardia della rivoluzione, insomma, sta iniziando a mostrare la corda. Ed è in questo quadro che Vance sta cercando di inserire la sua iniziativa diplomatica: iniziativa che, qualora avesse successo, potrebbe rafforzarlo in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028.