Donald Trump ha rischiato un incidente diplomatico con la Libia. Durante un comizio elettorale in Georgia, il presidente statunitense si era espresso in termini poco lusinghieri nei confronti del Paese nordafricano. «Jon Ossoff ha personalmente sponsorizzato una legge per far arrivare eserciti di migranti da Paesi infestati dal terrorismo come Libia, Yemen, Haiti, Somalia. Ricordate come li chiamavo? “Paesi di merda”», aveva affermato, criticando l’attuale senatore dem del cosiddetto Peach State. Parole, quelle di Trump, che avevano innescato la reazione piccata del ministero degli Esteri libico, il quale, oltre a bollare come «offensive» le dichiarazioni dell’inquilino della Casa Bianca, aveva altresì convocato l’incaricato d’affari statunitense in forma di protesta.
Poco dopo, Trump ha cercato di correre ai ripari. «Il popolo libico è fiero, resiliente, ospitale e merita pace e prosperità. Gli Stati Uniti e la Libia condividono una solida e duratura partnership nella lotta al terrorismo, basata sul successo storico ottenuto insieme nella sconfitta dell’Isis in Libia», ha dichiarato su Truth. Nel suo post, il presidente statunitense non ha comunque rinunciato a una stoccata al Paese nordafricano sul fronte dell’immigrazione irregolare. «Rispettiamo il popolo libico e i sacrifici compiuti dai coraggiosi libici nella lotta contro l’Isis, nemico comune di entrambi i nostri popoli, ma la Libia non può rimanere un corridoio per l’immigrazione clandestina, e questo deve finire ora», ha infatti aggiunto, per poi comunque auspicare un rafforzamento delle relazioni bilaterali.
Cosa c’è dietro all’interesse di Trump per la Libia
La seconda amministrazione Trump ha mostrato di nutrire un significativo interesse per la Libia. A luglio, il Dipartimento di Stato americano ha informato il Congresso di essere intenzionato a riaprire l’ambasciata statunitense nel Paese. Non solo. Negli scorsi mesi, l’inviato della Casa Bianca per l’Africa, Massad Boulos, aveva elaborato un piano per cercare di arrivare alla riunificazione della Libia, che risulta ancora divisa tra un governo occidentale (riconosciuto da larga parte della comunità internazionale) e uno orientale (che, gravitante attorno al generale Khalifa Haftar, è maggiormente vicino alla Russia).
In particolare, l’idea di Boulos era quella di dare la poltrona di premier a un parente dell’attuale primo ministro a Tripoli, Abdul Hamid Dbeibeh, e quella di presidente al figlio dello stesso Haftar, Saddam. Tuttavia, nelle ultime settimane, sembra che l’iniziativa dell’inviato della Casa Bianca si sia arenata: secondo il Guardian, le tensioni tra i due governi rivali sarebbero infatti riprese.
In attesa di comprendere come si evolverà la situazione, è chiaro come l’interesse dell’amministrazione Trump per la Libia sia dettato da varie motivazioni. A livello complessivo, l’attuale Casa Bianca punta a rilanciare il ruolo statunitense nel continente africano, per arginare la concorrenza di Cina e Russia. Più specificamente, è anche assai probabile che Washington guardi alle cospicue riserve di petrolio libico: riserve preziose, soprattutto a fronte dell’alto costo del greggio, innescato dal conflitto iraniano.