Prima degli stadi, degli schermi giganti e delle canzoni conosciute in ogni parte del mondo, ci fu un annuncio sulla bacheca di una scuola. Larry Mullen Jr. cercava musicisti. Il 25 settembre 1976 alcuni ragazzi si presentarono nella cucina di casa sua, a Dublino. Cinquant’anni dopo, Mullen, Bono, The Edge e Adam Clayton sono ancora gli U2. È un fatto raro nella storia del rock, ma non basta a spiegare perché valga ancora la pena parlare di loro. La questione più interessante è un’altra: come ha fatto una band nata dall’urgenza di suonare insieme a restare riconoscibile attraverso tanti cambiamenti di suono, di pubblico e di tempo?
La risposta comincia dai quattro strumenti. La chitarra di The Edge ha spesso preferito poche note, ripetute e lasciate risuonare, all’esibizione della tecnica. Il basso di Clayton ha dato direzione a quelle figure; la batteria di Mullen, una spinta netta. Sopra, la voce di Bono ha cercato fin dall’inizio un interlocutore. In Boy, il primo album del 1980, questa combinazione aveva ancora l’irrequietezza dell’adolescenza. In War, tre anni dopo, trovò una forma più dura e pubblica. Sunday Bloody Sunday rese chiaro che gli U2 volevano portare nella canzone rock anche ciò che accadeva fuori da essa: conflitti, paura, domande morali.
Fu una scelta che diede loro forza e li espose alle critiche. Parlare a molti, con parole comprensibili a molti, significa rischiare di semplificare. Gli U2 hanno conosciuto quel rischio per tutta la carriera. Eppure, nei dischi migliori, la musica ha saputo aggiungere complessità alle dichiarazioni di Bono: esitazione dove le parole sembravano certe, inquietudine dentro una melodia pensata per essere cantata da una folla.
Con l’arrivo dei produttori Brian Eno e Daniel Lanois, The Unforgettable Fire aprì spazi nuovi nel loro suono. Nel 1987 The Joshua Tree li portò a una dimensione mondiale. Canzoni come Where the Streets Have No Name, With or Without You e I Still Haven’t Found What I’m Looking For possiedono ancora una qualità difficile da ridurre alla parola «inno»: promettono un approdo e, nello stesso tempo, continuano a cercarlo. Perfino il successo, nella musica degli U2, suona spesso come qualcosa di incompiuto.
Quando quella formula rischiò di diventare una gabbia, il gruppo la mise in discussione. Achtung Baby, iniziato agli Hansa Studios di Berlino e completato lavorando anche a Dublino, uscì nel 1991 con chitarre più sporche, ritmi diversi e una nuova disponibilità all’ironia. One mostra quanto fosse profonda la svolta: è una canzone che unisce le persone quando viene cantata, ma racconta quanto sia difficile restare uniti. Con il tour Zoo TV, gli U2 portarono il cambiamento anche sul palco, riempiendolo di schermi e immagini. Avevano capito che, per continuare a parlare al proprio tempo, dovevano confrontarsi con il modo in cui quel tempo guardava il mondo.
Negli anni successivi non tutte le scelte ebbero la stessa efficacia. Zooropa e Pop spinsero ancora più avanti l’esperimento; All That You Can’t Leave Behind, nel 2000, riportò in primo piano canzoni dalla struttura più diretta. Questa alternanza è parte della loro storia. Gli U2 sono stati capaci di reinventarsi, ma hanno anche dovuto fare i conti con il peso del proprio nome: quando una band diventa un’istituzione, persino un brano nuovo viene ascoltato accanto a decenni di aspettative.
Il cinquantesimo anniversario arriva dopo una lunga attesa per un nuovo album di studio di inediti: l’ultimo, Songs of Experience, risale al 2017. Nel 2026 la band ha già pubblicato due EP, Days of Ash ed Easter Lily. Il primo guarda alle inquietudini del presente; il secondo si concentra su amicizia, perdita e speranza. A luglio è arrivato Street of Dreams, presentato ufficialmente come il primo singolo del prossimo album. “Street of Dreams” è il titolo della canzone: il titolo del disco non è stato ancora annunciato ufficialmente.
Alla vigilia dei cinquant’anni è atteso “Silencio”, nuovo singolo indicato per il 24 settembre. Il nome colpisce, accostato a una band che ha passato mezzo secolo a cercare la massima portata possibile per la propria voce. resta poi l’attesa del nuovo album, previsto per la parte finale del 2026.
Gli U2 hanno già scritto pagine decisive del rock. Il disco che verrà non deve dimostrarlo di nuovo. Può fare qualcosa di più difficile: mostrarci che cosa succede quando quattro musicisti, dopo cinquant’anni, hanno ancora una ragione per entrare nella stessa stanza e cercare una canzone che non conoscono.